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Perché film e concerti sono sempre più grossi?

Ogni cosa diventa un evento: è necessario, altrimenti molti si chiederanno se non sia meglio rimanere a casa. Ma poi tutta la nostra attenzione si concentra su pochi vincenti, mentre gli altri rimangono indietro. E vivere diventa più difficile

  • Un'ora fa
Concerto di Taylor Swift a Monaco, 2024
04:12

Evento... Tutto devo essere colossale!

Kappa in libertà 16.04.2026, 17:50

  • IMAGO / NurPhoto
  • Michele Serra
Di: Michele R. Serra/Kappa 

Secondo sondaggi recenti, per la maggior parte degli spettatori la durata ideale di un film supera di poco l’ora e mezza. Eppure, l’impressione generale è che, al cinema, film di quella durata siano praticamente scomparsi.

Impressione non del tutto sbagliata, anche se imprecisa: non sono scomparsi i film brevi, ci sono solo molti più film lunghi. Quelli oltre le due ore sono raddoppiati rispetto agli anni Ottanta: erano il 14%, sono oggi il 32%.

Non sono però i film indipendenti a essere aumentati, ma i grandi blockbuster americani: d’azione, di fantascienza. Americani, perché quasi solo a Hollywood hanno la forza produttiva per sostenerli.

Anche i concerti sono diventati sempre più grossi. Gli ultimi anni hanno segnato record per la musica live, mandando alle stelle gli incassi – e i prezzi dei biglietti.

I tour più importanti sono cresciuti enormemente rispetto al 2019, ultimo anno prima della pandemia: non solo per fatturato, ma anche per immensità dei palchi, del dispositivo spettacolare, delle durate. Chi una volta avrebbe radunato 1.000 persone, oggi ne fa 10.000. Ed è pacifico che i concerti giganteschi abbiano salvato l’industria musicale, dopo il declino delle vendite dei supporti fisici. Salvo il fatto che la bolla pare ormai scoppiata, e la musica live sente odore di crisi, soprattutto per gli artisti medio-piccoli. Ma i tour e i festival formato kolossal non si fermano, e diventano sempre più enormi.

Ma perché tutto diventa più grande? Perché i concerti più grossi, i film più lunghi? Perché c’è una parola magica che sembra più importante delle altre, nella cultura popolare dei nostri tempi: evento. Un film o un concerto devono essere epocali, capaci di muovere grandi masse di persone, tali che se non c’eri ti spiace. Tali da farti venire quella che gli americani chiamano FOMO, Fear Of Missing Out: la paura di perderti qualcosa. Noi eravamo tutti lì: e tu?

È questa, del resto, l’unica strategia di marketing capace di tenere in piedi la traballante baracca dello show business. Perché se un film non è un evento, chi me lo fa fare di uscire di casa la sera? Chi me lo fa fare di mollare il telefono, il divano, la mia comoda serie televisiva? Per non parlare delle uscite in streaming sempre più vicine alla distribuzione in sala.  

Un concerto ha poi un motivo in più, per truccarsi da grande evento: per il cliente finale non è più importante solo partecipare, ma farsi fotografie, produrre contenuto da postare su internet. Guardate, sono qui anche io! Se c’è tutta questa gente, beh, non posso avere torto. Un po’ come diceva Marcello Marchesi, ma seriamente.

Il problema è quando poi tutto quanto diventa evento o un suo sinonimo (tipo l’urticante esperienza). Allora capisci che a ogni concerto ti tocca dormire in macchina perché parcheggiare lì vicino è impossibile; che devi prenotare la poltronetta al cinema un mese prima, su internet; che sei costretto a far la fila per comprare un dolcetto, visto che la pasticceria di quartiere – la stessa dove entravi senza problemi per una veloce colazione cinque anni fa – adesso è virale.

E allora viene in mente che l’unico modo di essere davvero anti-mainstream, oggi come oggi, è rifiutare l’evento, e allo stesso tempo non avere paura di perdersi niente.
Così ho capito di essere io stesso alfiere di una nuova controcultura, perché mi perdo eventi ogni giorno, con precisione invidiabile. Una volta sarei stato solo pigro. Per fortuna vivo nell’Occidente del ventunesimo secolo.  

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