Letteratura del disastro

L’apocalisse nucleare secondo Moravia, Calvino e Pasolini

Nella seconda metà del Novecento, sono tanti gli scrittori che hanno riflettuto sulla possibilità che l’energia atomica porti verso la fine del mondo. Avvertendoci che, se non si umanizza il progresso, si distrugge l’umano

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Tecnici al lavoro dopo l'incidente di Chernobyl, 1986

Tecnici al lavoro dopo l'incidente di Chernobyl, 1986

  • IMAGO / SNA
Di: Marco Alloni 

La «questione nucleare» affonda, paradossalmente, in tempi precedenti all’invenzione della bomba atomica. È infatti, se vogliamo porre il problema in termini filosofici, la questione su cui da sempre si misura il pensiero umano: esisterà una fine?

In ambito religioso le risposte le conosciamo: dalle religioni orientali ai monoteismi nessuno ha voluto porre limiti alla Provvidenza: se una fine esisterà, sarà solo un nuovo inizio. In ambito scientifico ci soccorre la magra consolazione dell’astrofisica: il sole e la vita cesseranno di esistere tra circa 13 miliardi di anni. Quanto al nostro comune sentire, l’unica certezza che abbiamo è che a prescindere dai moti divini e celesti non possiamo affidarci che alla morale: se non procediamo al più presto con un disarmo globale, siamo spacciati.

Tema che oggi avvertiamo come mai in precedenza, osservando le manovre di Stati Uniti e Israele e ricordando i quarant’anni dall’esplosione della centrale di Chernobyl. Ma che in verità affonda almeno al tempo della Seconda guerra mondiale, quando nel luglio del 1945 Robert Oppenheimer portò a compimento la creazione della bomba atomica, definendola lui per primo, consapevole della portata apocalittica dell’ordigno, «a shit».

Da allora il dibattito sulla nostra sopravvivenza, ovvero sulla nostra capacità di fare buon uso a cattiva scienza, non è mai cessato. E dall’arte al cinema alla letteratura ha attraversato le generazioni come un incubo sospeso sulle spalle di Damocle.

Avvezzi a misurarsi con le cause ultime, talvolta con le cause perse, gli scrittori sono stati tra i primi ad accoglierlo nelle loro opere. E tra saggi romanzi e poesie ne hanno fatto in qualche modo il tema per eccellenza.

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Letteratura anti-atomica

Alphaville 31.07.2025, 11:30

  • mulino.it
  • Natascha Fioretti

In Italia la proliferazione di scritti in merito è stata addirittura massiccia. Tanto che le loro riflessioni sono state raccolte in un pregevole saggio di Maria Anna Mariani, L’Italia e la bomba (Il Mulino), in cui la «questione nucleare» è riletta attraverso lo sguardo di Italo Calvino, Alberto Moravia, Elsa Morante, Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini.

Partiamo da Calvino. Calvino non è propriamente uno scrittore militante. E tuttavia, come Volponi in Corporale, ha saputo porre la questione della possibile imminenza della «catastrofe» in termini assolutamente pregnanti. Rivelandoci, metafora dopo metafora, che il grande rischio non è solo nell’hic et nunc del presente, ma nella nostra incapacità di osservare l’uomo in una prospettiva escatologica. Ne siano testimonianza le sue Cosmicomiche, che enunciando e annunciando il pericolo immanente all’immaginazione ci esortano a riconoscere che senza controllo del pensiero, semplicemente, non esiste avvenire.

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Gli invalidi di Chernobyl

RSI Archivi 20.04.1996, 20:00

Più immediato – ne sia prova il racconto C’è una bomba N anche per le formiche (1983) – è l’approccio di Moravia, a cui come sempre non fa difetto un disincantato realismo. Moravia porta l’asse del discorso su uno dei temi che ancora oggi dominano la scena mondiale: l’abitudine a convivere con la «minaccia terminale». E anch’egli come Calvino ammonisce dall’accogliere la paura come un evento di ordinaria amministrazione mentale, ricordandoci che laddove non si sappia prefigurare un mondo sottratto all’anomalia del terrore, esso finirà semplicemente per detonare insieme all’Armageddon che non è stato in grado di scongiurare. Prospettiva che naturalmente ci riporta ai nostri giorni: possibile una così disinvolta quiescenza nei confronti dell’Apocalisse? Ovvero: possibile ci si possa ancora occupare d’altro a fronte della minaccia atomica alle porte?

Un approccio ancora più radicale fu quello di Sciascia nel suo individualistico e universale La scomparsa di Majorana (1975), che nell’ipotizzare che il fisico non fosse morto suicida ma si fosse rinchiuso in un convento per sfuggire alle insidie di una scienza sempre più totalizzante, enunciava di fatto un assioma: se la coscienza escatologica non procede dal singolo individuo, possiamo definitivamente ritenere il nucleare un suicidio planetario.

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A tre mesi da Chernobyl

RSI Archivi 23.07.1986, 19:00

Pasolini, che negli ultimi anni viveva «senza speranza», già nel 1963, con il film-saggio La rabbia, aveva espresso il proprio convincimento: l’edonismo occidentale, impersonato dal binomio sesso-consumo, è il segnale in nuce del tracollo del pianeta. E nei suoi montaggi, accostando il «simbolo» Marylin al fungo della bomba atomica, ci richiamava al fatto che il «disastro» è responsabilità di una modernità che non ha saputo coniugare sviluppo e progresso. E che la «bomba atomica» l’Occidente se l’è costruita nel cuore della propria civiltà, votandosi a un abbandono dell’arcaico che è in realtà una fuga in avanti verso l’annientamento.

Ma chi più esplicitamente ha trattato la «questione nucleare» è Elsa Morante, che nella conferenza del 1965 Pro o contro la bomba atomica ribadisce senza mezzi termini che barbarie e civiltà procedono dallo stesso seme. E laddove la crescita non è crescita sorvegliata è ineluttabile che dal seme, dopo la fioritura dei petali e dei colori, si sprigioni l’orrendo destino dell’appassimento. Dunque lode al progresso, lode alla scienza, lode all’ancestrale desiderio di crescita, ma disdoro a chiunque dimentichi che ogni orizzonte ha il suo capolinea, ogni fine la sua fine.

A unire questi intellettuali è la profonda «consapevolezza della scomparsa». Una consapevolezza che può declinarsi nel fatalismo della forza e del potere o calmierarsi tra le acque chete del buon senso e della «giusta misura» cara ai Greci. Ma che l’affanno progressista, modernista e capitalista sta ormai trasformando in un salto nel buio.

Dossier: il prima e il dopo Chernobyl

A 40 anni dal disastro nucleare

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  • I giorni della tragedia (1./5)

    Alphaville: i dossier 20.04.2026, 11:30

    • Cristina Artoni
  • Prima del disastro (2./5)

    Alphaville: i dossier 21.04.2026, 11:30

    • Cristina Artoni
  • Oasi di biodiversità (3./5)

    Alphaville: i dossier 22.04.2026, 11:30

    • Alessandra Bonzi
  • La Zona (4./5)

    Alphaville: i dossier 23.04.2026, 11:30

    • Cristina Artoni
  • L’atomica oggi e nel futuro (5./5)

    Alphaville: i dossier 24.04.2026, 11:30

    • Cristina Artoni

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