«Mia madre, Wilma Norris, aveva solo diciotto anni quando mi diede alla luce, dopo aver sopportato un estenuante travaglio di sette giorni: andò in ospedale domenica 3 marzo, e io non nacqui prima della domenica successiva. Diverse volte durante il difficile parto, i medici temettero di perdere lei o me, o entrambi. Finalmente, nelle prime ore del 10 marzo 1940, nacqui: pesavo sei libbre e otto once. Ma le preoccupazioni della mamma erano tutt’altro che finite. […]
Il mio corpo di neonato era vola bluastro. Mi riconobbero come un “blue baby”: non avevo iniziato a respirare immediatamente dopo la nascita. I medici mi misero rapidamente sotto ossigeno per far ripartire i miei polmoni. Funzionò: in poco tempo, stavo respirando come un professionista.
Tuttavia, per i primi cinque giorni della mia vita, i medici non erano sicuri che ce l’avrei fatta. […] Mia madre ha ancora una lettera scritta da mia nonna, datata quella settimana, che dice a mia zia: ‘il bambino di Wilma probabilmente non vivrà’. Ma la mamma e io sorprendemmo tutti! […] La mamma in seguito mi disse che dal primo momento in cui mi vide, mi guardò in faccia e disse: ‘Dio ha dei piani per te’.»
Ecco, se vi dovesse passare per la testa di leggere l’autobiografia di Chuck Norris (solo in inglese, si intitola Against All Odds): queste sono le prime righe, ma già si capisce molto. Fin dai primi minuti, una vita che è un’avventura, una lotta per la sopravvivenza, che arriva al successo (appunto) contro ogni previsione. O almeno, così piaceva presentarla a Norris, che non usciva mai davvero dal suo personaggio, e che è uno di quegli attori che sono enormemente più grandi di ogni ruolo che hanno recitato. Anche perché, nel suo caso, i ruoli in effetti non sono proprio indimenticabili.
Chuck Norris, il mito ammeregano
Babylon’s burning 24.09.2023, 17:00
Contenuto audio
Eppure Chuck Norris – nato Carlos Ray nel già citato 1940 – è rimasto. Ha surfato sull’onda di ognuna delle epoche che ha attraversato, a volte anticipando i tempi. Come quando, dal 2005 in poi, terminata la sua carriera hollywoodiana (il revival de I Mercenari 2 non conta), è restato un’icona della cultura pop, seguendo il fiorire della cultura di internet. I Chuck Norris Facts – che ovviamente non sono fatti, ma fake news, per continuare a usare l’inglese – sono stati un pezzo dell’epoca dei meme che viviamo, anticipandola e accompagnandola in questo folle ventunesimo secolo. Ci dicono che Chuck Norris «durante l’ultima cena, ha spezzato il pane, poi il tavolo, e poi tutti gli Apostoli», che «quando entra in una stanza lui non spegne la luce: accende il buio», che «lui può dividere per zero». E che, naturalmente, non può morire. Tutto vero.
Ma dicevo, il personaggio. Quella frase, «Dio ha dei piani per te», assomiglia tanto alla retorica trumpiana che sentiamo in questi anni, e aderisce bene al ruolo di Norris: repubblicano, super-patriota americano, giustiziere muscolare, “spara prima, e poi al massimo chiedi”. Chuck fa parte di quel pantheon della Hollywood di destra che comprende i grandi eroi del genere action, da Stallone a Schwarzenegger. Al contrario di questi ultimi, però, non aveva mai interpretato grandi successi di pubblico e critica, ma la sua carriera era solidamente di serie B, nel senso più positivo del termine: i suoi film sono storie di giustizieri solitari che riportano legge e ordine a suon di calci rotanti, e che rappresentano una forma di comfort watch per lo spettatore, rassicurante e ripetitivo come le storie che amiamo da bambini.

I figli degli anni Ottanta ricordano bene Rombo di tuono e Delta Force, ma il vero apice norrisiano è raggiunto da pellicole meravigliose (leggasi: più brutte) come la coeva Invasion USA, in cui i cattivi sono i nemici perfetti dell’America dell’epoca: droga, terroristi e comunisti. Tre facce della stessa medaglia, se possibile, comunque tutte destinate a essere sconfitte dal baffo, dalla camicia a quadri e dai jeans attillati (che pure, non sembrano impedire movimenti piuttosto atletici) del Chuck Norris nel suo prime – arrivato, peraltro, a quarant’anni suonati. Norris si esprime a monosillabi, la regia di Joseph Zito (con Norris anche in Rombo di tuono) non aiuta, eppure quel film rimane leggenda.
In quel breve momento d’oro della sua carriera, con Il codice del silenzio sarebbe arrivata perfino qualche parola gentile da parte dei critici, che per il resto lo avevano sempre – e giustamente, dal loro punto di vista – spernacchiato. Pare che la cosa avesse fatto piacere anche allo stesso Norris, anche se poi quello che gli interessava davvero era che i suoi film piacessero al pubblico. E pensava di avere trovato la ricetta giusta: «I miei film piacciono al pubblico – diceva qualche decennio fa al New York Times – perché i finali sono sempre positivi. La gente è stanca di film deprimenti e noiosi. Agli spettatori piace sentirsi bene, alla fine di un film». E cosa c’è di più soddisfacente di vedere un cattivo che crolla, colpito da un calcio volante al rallentatore?
Qualcuno dice che fare cinema è complicato, ma in realtà è la cosa più semplice del mondo.

Notiziario
Notiziario 20.03.2026, 16:00
Contenuto audio







