Cinema

Come in cielo, così sullo schermo

Da San Francesco a Madre Teresa, che arriva in sala con “Mother”, le tante volte che il cinema ha detto Messa, portando il Papa dallo psicanalista o Gesù a X-Factor

  • Oggi, 12:00
Noomi Rapace in Mother, 2025

Noomi Rapace in Mother, 2025

  • IMAGO / Landmark Media
Di: Alessandro De Bon 

Santi e Beati, ma anche Papi. Ovvero quando il cinema si è fatto il segno della croce e ha portato sul grande schermo la veste bianca, il rosso cardinale o il Celeste. In questi giorni è arrivato nelle sale Mother di Teona Strugar Mitevska, dedicato a Madre Teresa di Calcutta e protagonista della sezione Orizzonti all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Due ore scarse per raccontare una delle grandi figure del ‘900, la suora degli ultimissimi, la minuscola sorella in bianco e azzurro, con le dita annodate e il sorriso incorniciato dalle rughe. Sullo schermo è Noomi Rapace, capace di sfiorare la santità dopo aver visto l’inferno in Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta. Un ruolo diversamente pesante che iscrive ufficialmente Rapace al calendario de Santi e Beati del cinema.

A guidare le schiere celesti in 16:9 ci sono senza dubbio San Francesco e Giovanna d’Arco. Del poverello d’Assisi, a cui bastarono due anni per ascendere alla santità, impossibile dimenticare i racconti di Roberto Rossellini e Franco Zeffirelli: Francesco, giullare di Dio (1950), accolto al cinema con freddezza, e Fratello sole, sorella Luna (1972), protagonista di vent’anni di televisione italiana. Per quanto riguarda i film dedicati alla pulzella d’Orléans invece, la cui santità dovette aspettare un pelo di più (tipo cinque secoli), si fatica a starci dietro. Dallo stesso Rossellini a Otto Preminger l’hanno voluta raccontare al cinema pure Cecil B. De Mille, Victor Fleming, Luc Besson, George Melies e Carl Theodore Dreyer. Notevole che tra le tante che le hanno prestato il volto ci siano anche Milla Jovovich due anni dopo essere stata Leeloo (Il quinto elemento, di Luc Besson) e Jean Seberg tre anni prima di diventare l’icona della Nouvelle Vague (Fino all’ultimo respiro, di Jean-Luc Godard).

Habemus Papam, 2011

Habemus Papam, 2011

  • IMAGO / Capital Pictures

Il ventunesimo secolo invece è senza dubbio il secolo bianco. Dal 2002 di Amen., con cui Costa-Gavras è piombato sul Vaticano inchiodando alle sue responsabilità il Pio XII sordo e muto davanti alle ombre naziste, i pontefici si sono presi il ruolo da protagonista. Prima con il meraviglioso Michel Piccoli nelle vesti di un Papa con gli attacchi di panico (Habemus Papam, di Nanni Moretti, 2011), poi con il “prendi due paghi uno” di Fernando Meirelles, che ha saputo raccontare la bianca convivenza tra Benedetto XVI e Francesco in I due papi (2019), e infine con Edward Berger, che in Conclave (2024) ha voluto sbirciare lo scomodo dietro le quinte servendosi di un cast letteralmente divino: Ralph Fiennes, Stanley Tucci, John Lithgow, Sergio Castellitto e Isabella Rossellini. Il risultato non poteva che essere una fumata bianca: 8 candidature ai Premi Oscar e una statuetta per la Miglior sceneggiatura non originale a Peter Straughan.

Willem Dafoe in L'ultima tentazione di Cristo, 2004

Willem Dafoe in L'ultima tentazione di Cristo, 2004

  • IMAGO / EntertainmentPictures

Possibile andare più in alto ancora? Sì. A parte l’immancabile Franco Zeffirelli, che nel 1977 ha calato le sue cinque ore di Gesù di Nazareth, difficile dimenticare il rumore che fece La Passione di Cristo di Mel Gibson (2004), tra Monica Maria Maddalena Bellucci, Rosalinda Satana Celentano padre/madre premurosa di Davide Marotta nei panni dell’Anticristo, e naturalmente l’insanguinato Gesù di Jim Caviezel. Senza scordarsi Martin Scorsese (L’ultima tentazione di Cristo, 1988) e Pier Paolo Pasolini (Il Vangelo secondo Matteo, 1964), perché dunque non riderci sopra? Detto, fatto: Brian di Nazareth dei Monty Python (1979), capolavoro comico che in Italia dovette aspettare 12 anni di censura per poter vedere la luce in sala.

Ben Hur di William Wyler, 1959

Ben Hur di William Wyler, 1959

  • IMAGO / Everett Collection

Parlando di chi ha saputo farsi Gesù non si può non citare Ted Neeley, protagonista di Jesus Christ Superstar di Norman Jewison, uno dei musical più celebri della storia del cinema, figlio di Broadway e presentato addirittura a Paolo VI con una proiezione privata. Il tutto nello stesso anno, il 1973, di un’altra pietra miliare del cinema, ma a croce capovolta: L’esorcista di William Friedkin. Se però di successo (terreno) vogliamo parlare, allora non ci resta che tornare alle origini, dai Re Magi al Golgota, scomodando il più grande di tutti: Ben Hur di William Wyler (1959). Undici Oscar su dodici nomination, eguagliato decenni dopo da La Compagnia dell’Anello. Altro Signore, altra “religione”.

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