La sezione Berlinale Special, tra i diversi e variegati film proposti, ha scelto Heysel’85, della regista belga di origine rumena Teodora Ana Mihai. Un film che a 41 anni dalla strage che ha segnato la finale di quella che allora era la Coppa dei Campioni tra Liverpool e Juventus, torna a indagare sui momenti che hanno portato alla tragedia, fino alla decisione sofferta e discutibile di far comunque giocare la partita.
Per chi non ricordasse: la sera del 29 maggio 1985 a poche ore dall’inizio della gara, la pressione di numerosi hooligan inglesi determinati ad accedere al “settore Z” del vecchio stadio di Bruxelles, dove erano ospitati alcuni tifosi italiani, provocò la caduta del muso di sostegno e nel crollo 39 persone persero la vita, mentre altri 600 circa rimasero feriti più o meno gravemente.
Il film racconta, partendo da immagini d’epoca, quanto sarebbe successo tra i corridoi degli spogliatoi e il salone d’onore dello stadio. Protagonisti un sindaco (che per tutto il film è sempre un passo indietro rispetto agli eventi e, inoltre, è dipinto come un accanito bevitore), sua figlia, che è la portavoce del Municipio ma anche la persona su cui si riversano tutte le più disparate richieste di quella sera, e le diverse autorità, locali, politiche e sportive presenti. Nessuno o quasi capace di prendere una decisione saggia, ma solo pronti a rimpallarsi le responsabilità. A lato, la storia del giornalista Rai Luca Rossi (altro personaggio di fantasia) che oltre alla diretta degli eventi, è preoccupato per la sorte di padre e fratello che erano in tribuna.

La Berlinale: Heysel 85, il film sul calcio europeo
Telegiornale 17.02.2026, 20:00
Interpretato dalla bravissima Violet Braeckman (Marie Dumont, la figlia del sindaco, qui a Berlino anche tra le European Shooting Stars del Festival Internazionale della Berlinale), da Matteo Simoni (Luca Rossi) e Paolo Calabresi (Ministro del Lavoro della Repubblica italiana, ospite all’Heysel) il film si prende parecchie libertà narrative: non sapremo mai cosa si sono detti veramente i protagonisti di quei momenti vibranti e caotici. Ma soprattutto allontana lo spettatore scegliendo di rappresentare squadre ed organizzazione UEFA senza i loghi ufficiali.
Heysel’85 è un film interessante, ma non riuscitissimo. La tensione non conquista mai lo spettatore (forse perché consapevole dei fatti raccontati) mentre riesce a colpire il bersaglio raccontando il clima di improvvisazione, di frustrazione, di incapacità che attraversa i protagonisti “politici” dei fatti. E lavora bene sulle sfumature: le parole da pesare nei comunicati, il bisogno di evitare danni peggiori facendo giocare una partita che sportivamente non ha mai avuto senso.
Che il cinema belga si interroghi sulla storia del paese, ad anni di distanza dai fatti, ce lo sottolinea anche uno dei film in concorso: Dust, secondo lungometraggio di Anke Blondé, scritto da Angelo Tijssens (coautore dei film di Lukas Dhont, Girl e Close).
Siamo nel 1999: due imprenditori tecnologici Luc (Jan Hammenecker) e Geert (Arieh Worthalter) pionieri del riconoscimento vocale con la loro azienda, vengono scoperti per aver falsificato i bilanci della società, creando una rete transazioni fasulle per mantenerne alto il valore. Durante una riunione d’emergenza del consiglio di amministrazione, viene loro annunciato l’inevitabile arresto, che avverrà solo il lunedì successivo, all’apertura dei mercati, lasciando loro il modo di seppellire le prove o di fuggire. Qui sulla graticola finisce il capitalismo deregolamentato, la sete di ricchezza e quella avidità mescolata alla consapevolezza di ritenersi sempre al di sopra delle leggi e delle altre persone. Una storia con “libera interpretazione” (anche qui) di un vero scandalo finanziario legato ad una delle aziende tecnologiche di maggior successo del Belgio, quella della Lernout & Hauspie Speech Products NV.






