Qualcuno ha mai visto Colomba solitaria? Pochi, probabilmente. Eppure, secondo il Robert Duvall novantenne del 2021, quelle sei puntate di western, recitate da protagonista insieme a Tommy Lee Jones per il network CBS nel 1989 erano state l’apice della sua esperienza cinematografica. Quelle, e Il padrino. Detto che Duvall non sarebbe la prima star che, giunta a una certa età, si diverte a giocare con le domande dei giornalisti e le aspettative del pubblico, è probabile che fosse sincero, e che Colomba solitaria meriti una rinfrescata nei ricordi degli spettatori, nell’era dello strapotere televisivo. Tuttavia, è probabile che continueremo a ricordarlo più per i ruoli sul grande schermo, che sono parte del catalogo del cinema americano indispensabile dei Settanta: M*A*S*H* di Altman; Il padrino, La conversazione e Apocalypse Now di Coppola; Quinto potere di Lumet.
Se perdonate la nota personale, di quel periodo amo particolarmente L’uomo che fuggì dal futuro, incredibile distopia ambientata nel venticinquesimo secolo, tutta fondata sull’aggressiva semplificazione della nostra vita estetica immaginata da un esordiente George Lucas e dallo scenografo Michael Haller: tutto bianco (e niente capelli) per i cittadini-prigionieri come il protagonista Duvall, tutto nero per i poliziotti robot. Potentissimo fiasco, ostinatamente contrario al mainstream dell’epoca, e fondamentale perché capace di gettare le basi della carriera dello stesso Lucas (questa però è un’altra storia), oltre che di influenzare cinema, moda e perfino musica dei tre decenni successivi. Duvall è perfetto in quella fantasia di dittatura, come negli altri ruoli della sua lunghissima carriera aperta nel 1962 dal Buio oltre la siepe di Robert Mulligan e Gregory Peck e chiusa nel 2022 dal thriller The Pale Blue Eye - I delitti di West Point.

con George Lucas sul set di L'uomo che fuggì dal futuro, 1971
Come spesso capita, i grandi di un determinato momento storico (che si parli di arte, cinema, musica, quello che volete) si frequentavano, facevano gruppo, erano amici. Quelli di Duvall erano Dustin Hoffman – con cui condivideva il primo appartamento a New York, e pare fosse Hoffman a cucinare per tutti – e poi Gene Hackman e James Caan. Tutti giovani con il mito di Marlon Brando, che nominavano decine di volte ogni giorno, e che anni dopo si trovarono (almeno Duvall e Caan) a recitare con lui, sul set del primo Padrino. Quel che si dice: togliersi qualche soddisfazione professionale.

con Marlon Brando in Il padrino, 1972
A proposito di recitare: non so se esista una forma di rettitudine degli attori, ma se per caso la risposta fosse positiva, sicuramente Robert Duvall ne era la personificazione. In ognuno dei suoi ruoli, sempre diversi, sembrava perseguire la stessa idea di realismo e naturalezza, quasi fosse stata un imperativo etico. La stessa che lo rendeva capace di rendere conto nei dettagli dei ritmi, del temperamento, dell’aura di un personaggio con grande sprezzatura. Rimaneva sempre il contrario dell’attore glamour, deciso a non calarsi nel ruolo (quello sì, impegnativo più di ogni altro) della star hollywoodiana dentro e fuori dallo schermo. Eppure, nonostante questa idiosincrasia, sprizzava coolness da ogni poro che rimanesse impresso sulla pellicola. Quando si parla degli attori, si parla spesso di presenza sullo schermo. Ecco, la presenza di Robert Duvall era magnetica, senza scampo per lo spettatore.

Tender Mercies, 1983
«Non mi fido della felicità, non mi è mai durata molto», diceva il suo personaggio in Tender Mercies – Un tenero ringraziamento, per il quale vinse il suo unico Oscar (e il fatto incredibile è che sembra poco, di fronte alla sua carriera). La felicità di chi lo vedeva muoversi sullo schermo è durata invece un po’ più a lungo, per fortuna: sessant’anni esatti.

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Notiziario 16.02.2026, 22:00
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