Letteratura

L’adolescenza non è un paradiso. Anzi

Susanna Nicchiarelli, regista premiata a Venezia, ricorda tra le pagine di “Paradise City” (Mondadori) gli anni della sua giovinezza romana: un periodo durissimo nonostante il benessere apparente, segnato dal bullismo subìto

  • Oggi, 10:05
  • Oggi, 10:05
Susanna Nicchiarelli, 2022

Susanna Nicchiarelli, 2022

  • IMAGO / Independent Photo Agency Int.
Di: Alice / Moira Bubola / MrS 

«Volevo smontare l’idea della gioventù come periodo della spensieratezza», dice Susanna Nicchiarelli di Paradise City, pubblicato da Mondadori nella collana Strade Blu. A leggere questo suo esordio letterario, dopo una vita da regista e sceneggiatrice (Cosmonauta, Miss Marx, Nico, 1988), l’obiettivo si può dire raggiunto.  

Il libro nasce da un ritrovamento personale: «Ho riaperto questa scatola nella quale tenevo tutti i miei diari: scrivevo tutti i giorni, ero una ragazza molto sola. In generale, l’adolescenza credo sia un periodo di grande solitudine, perché non siamo più bambini e diventiamo grandi, ma ancora nel mondo esterno non abbiamo trovato nessuna vera corrispondenza. È un momento di grande isolamento. Ho conservato i diari e molte altre cose: gli inviti alle feste, le fotografie, i bigliettini scritti in classe… anche i bigliettini più cattivi».

18:10
“Paradise City” di Susanna Nicchiarelli, Mondadori (dettaglio di copertina)

“Paradise City”

Alice 07.02.2026, 14:40

  • mondadori.it
  • Moira Bubola

Una conservazione meticolosa di ricordi anche dolorosi, che rivela una consapevolezza profonda: «È come se avessi voluto mantenere quei ricordi, nonostante si sia trattato in realtà di un periodo dolorosissimo. Non ho conservato così tanti ricordi di periodi molto più felici della mia vita… ma sapevo che questa scatola era lì per qualche motivo, e che a un certo punto l’avrei dovuta riaprire. Così ho riscoperto la forza che mi ha fatto uscire dall’adolescenza e mi ha fatto diventare la persona che sono: ho rivisto il modo in cui ho imparato a emanciparmi dal terrore dell’opinione degli altri, per esempio. Dalla paura dello sguardo degli altri».

Paradise City vive in un contesto sociale specifico, quello dei «migliori quartieri borghesi – e anche di destra – di Roma Nord. Da ragazzina, sono cresciuta in questo contesto molto preciso, quello che a Roma si dice pariolino, dove ci si vestiva sempre in un certo modo, le ragazze dovevano rappresentare un certo ideale estetico – dal quale io ero lontanissima. Io faticavo moltissimo a inserirmi: mi prendevano in giro, mi mettevano soprannomi… vivevo in uno stato di costante paranoia, lo sguardo degli altri era qualcosa di spietato, di terribile, che in quel momento aveva un valore assoluto, che avrebbe deciso che persona sarei stata, se avessi vinto o perso nella vita».

“Paradise City” di Susanna Nicchiarelli, Mondadori (dettaglio di copertina)

“Paradise City” di Susanna Nicchiarelli, Mondadori (dettaglio di copertina)

  • mondadori.it

Il bullismo trent’anni fa non era vissuto con la stessa consapevolezza di oggi: «La parola bullismo non esisteva. Se io avessi avuto quella parola, se gli adulti fossero stati in grado di isolare, di riconoscere quel fenomeno, sarebbe stato tutto diverso. Quello che mi sconvolge, nel leggere i miei diari, è l’assenza totale degli adulti: io tornavo a casa, raccontavo a mia madre quello che succedeva, ma non la sfiorava nemmeno l’idea di intervenire, di parlare con i genitori di questi ragazzi, di parlare con i professori… Era una giungla».

La dedica del libro «A tutte le ragazze che compaiono in questa storia sia come amiche sia come nemiche, perché anche loro avevano tanti guai e perché io di loro non ho capito nulla», introduce un altro aspetto fondamentale: la mancanza di solidarietà tra le vittime. «La cosa che più colpisce, rileggendo e riflettendo con gli occhi dell’adulto, è innanzitutto la mancanza totale di solidarietà fra le vittime di bullismo. Tra di noi non ci consolavano a vicenda, non ci proteggevamo a vicenda… non ne parlavamo. Era un tabù. Quindi c’è la segretezza, e c’è la mancanza di solidarietà: non solidarizzi con gli altri perché tu pensi comunque di essere meglio. Cioè, dici: vabbè, a me mi prendono in giro, ma non quanto a lui, non quanto a lei. Io sono un po’ meglio. Quello è l’inizio della guerra tra vittime, che ti fa essere ancora più sola. Perché, poi, non è vero: le vittime sono tutte uguali, non esiste una gradualità, non esiste quello che viene preso più o meno in giro… nel momento in cui subisci questa violenza, la subisci, punto e basta».

Correlati

Ti potrebbe interessare