Cinema

Gli amici non mentono (almeno in Stranger Things)

La recensione, con un po’ di spoiler, della quinta stagione della serie-evento dei fratelli Duffer, che si chiude con un tributo ai suoi personaggi principali e alla magia dell’infanzia

  • 7 gennaio, 16:00
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  • Netflix
Di: Chiara Fanetti 

Stranger Things ci ha sempre parlato di atti di fede. Di fronte a storie assurde di bambini che comunicano attraverso le luci di Natale o di mostri provenienti da un altro mondo, i suoi personaggi scelgono sempre di credere. Che si tratti del piano di un nerd con l’apparecchio o della bontà di una bambina sporca, spaventata e rasata incontrata nel bosco; questo gruppo intergenerazionale di amici emarginati accoglie, protegge e soprattutto non mente.

Con tante dichiarazioni etiche disseminate fin dall’inizio – e la discendenza dal cinema Amblin – non sorprende che nel gran finale gli amici rifiutino una conclusione netta e apparentemente incontestabile (la morte di Undici) e scelgano invece di credere alla versione immaginata da Mike, narratore e condottiero delle loro campagne: una fiaba più dolce e poetica per quello che è stato il suo primo amore. Prima di uscire dallo scantinato che li ha visti crescere e di salutare la propria infanzia, Dustin, Will, Max, Lucas e Mike scelgono per un’ultima volta la magia.

I fratelli Duffer consegnano una stagione finale che conferma molti dei pregi già emersi in quelle precedenti: ritmi marcatamente “anni ’80”, climax drammatici da fiato sospeso al termine di ogni episodio (resi ancora più incisivi dalla scelta di pubblicarli ad intervalli, non tutti insieme) e la suddivisione della narrazione in gruppi d’azione. Funziona anche l’introduzione (o la valorizzazione) di alcuni personaggi secondari – come la sorella minore di Nancy e Mike, Holly, simbolo della prossima generazione, o mamma Wheeler, che s’inserisce nel solco dei personaggi femminili forti della serie. Certo, niente di paragonabile a Eddie Munson, che rimane tuttora uno dei personaggi più amati...

Funzionano meno invece alcune linee narrative, abbandonate strada facendo; la dottoressa Key sembrava un degno super cattivo tra le fila dei militari, ma sparisce senza lasciare traccia; i demogorgoni restano sullo sfondo; e persino il Mind Flayer, nel combattimento finale, ha un ruolo quasi decorativo.

In generale, l’accumularsi di piani temporali e dimensionali, di stagione in stagione, ha portato a un ampliamento eccessivo dello spazio in cui si muovono i personaggi: qualcosa di simile era già accaduto con l’apertura dello scenario russo nella quarta stagione. Questa final season “sfonda” altre pareti mentali e fisiche per mostrarci paure annidate sempre più a fondo (anche nello stesso Henry/Vecna), ma l’effetto “Inception” del sogno dentro un sogno, per quanto affascinante, finisce per disorientare e far rimpiangere un po’ la semplicità delle origini.

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Eppure, nel finale, i Duffer sono riusciti a farci “ritrovare la via di casa”. Al centro della storia restano Undici e Will: figure simili, ma opposte. Lei affronta i traumi in modo esplosivo, verso l’esterno, lui fino all’ultimo trattiene tutto, creando tunnel di paure e incubi. Entrambi crescono imparando a riconoscere ciò che li ha feriti, senza farsi definire dal dolore.

A ricalibrare il focus del racconto è in particolare una delle scene più discusse, ma anche più coerenti, dell’intera serie: quella del coming out di Will. Se la si guarda senza farsi distrarre dalle discussioni su woke e anti-woke e la si vede per quello che è – il gesto di un ragazzo che supera la paura e si manifesta alla sua famiglia, biologica e scelta – questa sequenza chiude il cerchio su tutta Stranger Things.

È il messaggio definitivo di una serie che ci ha detto costantemente che non dobbiamo avere paura. Perché l’infanzia finisce, ma la sua magia resta. Perché possiamo sempre rifugiarci in una canzone dei Clash o di Kate Bush. Perché i Vecna che incontriamo si possono sconfiggere. Perché impariamo ad accettarci con l’aiuto di chi ci ha riconosciuti prima ancora che lo facessimo noi stessi.
È per questo che Stranger Things ci è piaciuta e ci mancherà: perché ci ha ricordato i nostri primi veri amici.

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