Il Regno Unito degli anni Novanta era una terra promessa per i ragazzi del mondo occidentale. Sarà stata la moda: Alexander McQueen, il vintage militare e le Adidas Gazelle; sarà stata la monarchia, che in quegli anni arrivava al suo apice mediatico con la morte di Lady Diana. Ben di più di queste cose, però, sono stati la musica, il cinema, la letteratura: dai Blur agli Oasis, da The Commitments a Notting Hill, da Harry Potter a Febbre a 90’.
E poi un solo film capace di mettere insieme tutte e tre le cose, esattamente trent’anni fa.

Trainspotting, il romanzo dell’allora misconosciuto, allora trentacinquenne scrittore scozzese Irvine Welsh, era stato pubblicato nel 1993 con una tiratura limitata di 3.000 copie. Sarebbe diventato simbolo di una new wave culturale scozzese colma di frutti musicali (dai Primal Scream in giù), letterari e cinematografici, per tutto il decennio.

Irvine Welsh in Trainspotting, 1996
Come sempre, è difficile spiegare i fenomeni letterari, ma è lecito pensare che quella storia sia uscita in fretta dai circoli dei bookie per arrivare a un pubblico molto lontano dai lettori forti, composto di ragazzi che frequentavano i club, che animavano i rave, che sperimentavano le sostanze e ne conoscevano i potenziali pericoli. E che spesso venivano dagli stessi strati sociali low middle class dei protagonisti di Trainspotting, corrispondenti all’identikit ideale dei cosiddetti schemies, gli abitanti delle case popolari (appunto housing schemes) delle periferie di Edimburgo. Questi ragazzi appassionati di musica hanno riconosciuto il loro linguaggio e i loro atteggiamenti – la loro cultura, per usare una parola abusata. Si sono innamorati del romanzo, e poi – in cerchi concentrici sempre più ampi – di quel film estremamente crudo e allo stesso tempo estremamente pop, pieno di energia e di personaggi negativi quanto affascinanti. Qualcuno ha detto che il riassunto era: musica + droga, e non sappiamo se si riferisse alla storia di Trainspotting, o alla vita dei giovani britannici in quella fine secolo.
A proposito della colonna sonora, che comprendeva tutto il massimo della musica di quel periodo: Elastica, Pulp, Sleeper, Blur e – soprattutto – Underworld. Grandi assenti gli Oasis, e non per caso: Danny Boyle è originario della zona di Manchester; quindi, aveva immediatamente proposto al management degli Oasis di partecipare al film. Negli anni, la storia di questa comunicazione arrivata ai fratelli Gallagher è stata raccontata più o meno così:
«Noel, ci propongono la colonna sonora di un film»
«Davvero? E come si chiama?»
«Trainspotting»
«Io non voglio fare una canzone sulla gente che guarda i treni»
Fine della storia. Ed è vera. Vent’anni dopo, lo stesso Noel ha dichiarato durante un’intervista: «Non avevo mai sentito parlare di Irvine Welsh, non sono un intellettuale e non leggo libri. Quindi quando mi hanno detto “Trainspotting”, ho pensato: Un film sui treni? Non fa per noi. Non sapevo che sarebbe diventato uno dei grandi film inglesi di tutti i tempi». Almeno su questo, aveva ragione.
Legato a KAPPA, 23.02.2026 17:00







