Fino all’ultimo respiro

Godard: la lezione che il cinema non può ignorare

L’omaggio di Richard Linklater riporta al centro dell’attenzione il metodo-Godard: frammentare per vedere meglio. Una pratica che parla con forza al cinema contemporaneo, dominato da flussi continui e immagini senza attrito

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"À bout de souffle", 1960

"À bout de souffle", 1960

Di: Mat Cavadini 

La lezione di Jean‑Luc Godard risuona nella pellicola “Nouvelle Vague” di Richard Linklater in sala in questi giorni.

Cogliamo allora l’occasione per ricordare questa lezione, più che mai necessaria alla cinematografia contemporanea, in un momento in cui le immagini scorrono sempre più veloci e senza attrito.

Nei film di Godard l’attenzione è tutta rivolta all’istante. Istante come momento sospeso: un gesto, uno sguardo, un’inquadratura non servono a far avanzare la storia, ma aprono fenditure. L’istante, per lui, non è un passaggio: è un’interruzione che costringe lo spettatore a fermarsi e a pensare.

È questo il punto da cui parte “Nouvelle Vague”, il film di Richard Linklater, che rende omaggio al regista franco‑svizzero e al suo film-manifesto “À bout de souffle” (1960). Il film di Linklater non è un biopic né un esercizio di stile: è un tentativo di capire cosa rimane oggi di un cinema che ha trasformato l’istante in un gesto critico e il montaggio in un modo di ragionare.

Per Godard l’immagine non è mai neutra. Ogni fotogramma contiene una tensione tra ciò che mostra e ciò che sottrae. L’istante è un taglio netto: un bacio interrotto, un dialogo che devia, un’inquadratura che insiste su un dettaglio marginale. Linklater riprende questa logica senza imitarla: lascia che le scene si aprano, che un frammento diventi centrale, che la vita e la rappresentazione si tocchino senza coincidere.

Il montaggio, in Godard, non serve a rendere fluido il racconto. È il luogo in cui il film prende posizione. Le immagini vengono accostate per produrre un’idea, non per accompagnare lo spettatore. “Nouvelle Vague” lavora su questa eredità: non replica gli strappi godardiani, ma ne assume il principio. Il montaggio diventa un atto di scelta, non un automatismo tecnico.

Ed è proprio in questa ricerca dell’istante e in questo lavoro sul montaggio che si manifesta un paradosso solo apparente: frammentando la realtà, Godard insegna come coglierla con maggiore precisione. Perché la realtà non si presenta mai come un flusso ordinato, ma come una serie di rotture, deviazioni, contraddizioni. Serge Daney parlava del montaggio godardiano come di un «modo di restituire al reale la sua complessità», mentre Jacques Aumont vedeva nell’istante isolato «la forma più onesta di rappresentazione, perché non pretende di spiegare tutto». È in questa frammentazione che il cinema di Godard trova la sua verità: non nella continuità, ma nella capacità di mostrare il mondo nei suoi scarti.

In un’epoca dominata da flussi continui, da video che scorrono senza pause e da algoritmi che privilegiano la linearità, Godard resta un riferimento proprio perché introduce attrito. Ricorda che il cinema non è solo movimento, ma anche arresto; non solo narrazione, ma anche decisione. Linklater, con questo film, sembra raccogliere la lezione: la verità non sta nella fluidità delle immagini, ma negli spazi che le separano. Nel taglio. Nell’istante che brucia.

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Kappa

Kappa 06.03.2026, 17:00

  • Sandra Sain

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