Cinema

Il cinema che non c’è più

Un viaggio fra i film scomparsi

  • 24.02.2024, 08:12
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Di: Nicola Lucchi 

La storia si ricostruisce attraverso ciò che sappiamo. Documenti, immagini, testimonianze dirette o indirette sono i tasselli che danno forma al nostro universo. Un’entità apparentemente solida nella quale, con ostentata sicurezza, proviamo a mettere ordine alle cose, consci e impotenti di fronte alla verità per cui ciò che ignoriamo è molto più di quel che sappiamo. Un dato oggettivo, scontato, forse persino banale, che ci costringe però a districarci tra cimiteri silenziosi dentro i quali, come solerti indagatori, scoprire qualcosa in più sul nostro passato. Un dato che, nel magico universo del cinema, corrisponde a una cifra abbastanza precisa.

Secondo la Library of Congress, la biblioteca nazionale degli Stati Uniti d’America, il 75% di tutti i film muti è perso per sempre. Nel suo studio The Survival of American Silent Feature Films: 1912-1929, lo storico e archivista David Pierce entra ancor più nello specifico e porta alla luce numeri sconvolgenti. Degli oltre diecimila lungometraggi prodotti durante l’età del muto solo il 14% è giunto fino a noi nella sua versione originale, l’11% lo ha fatto in una versione ridotta (28 o 16 millimetri) e il 5% in frammenti, spesso di pochi secondi. Ciò che è realmente sconcertante, in questa ecatombe in celluloide, è che la maggior parte di tali opere è stata distrutta volontariamente.

È vero, la natura stessa della pellicola non garantiva grandi performance. Facilmente infiammabile nonché incline all’usura era spesso vittima di se stessa e dei suoi innumerevoli utilizzi. L’errore umano, gravando su tali difetti, procurava in fine disastri. Come l’incendio che nel luglio del 1937 distrusse un magazzino della 20th Century Fox in New Jersey. Tra le fiamme perirono alcuni dei più importanti film prodotti dalla Fox fino al 1932, tra questi, pezzi unici legati a grandi star quali Theda Bara, Shirley Mason e Gladys Brockwell, nonché intere filmografie, come quella del regista Gordon Edwards, nonno acquisito del più famoso Blake. Non mancò chi, come l’attrice Valeska Suratt, si vide cancellare l’intera carriera. Non da meno, nel 1965, fu l’incendio che colpì i magazzini della Metro-Goldwyn-Mayer di Culver City, a Los Angeles. In questa occasione scomparvero per sempre pellicole come London After Midnight (1927) di Tod Browing e The Divine Woman (1928) di Victor David Sjöström. Della prima, interpretata da Lon Chaney, non resta che il copione originale e qualche fotografia di scena; della seconda, con la divina Greta Garbo, solo alcuni minuti.

Incendio alla Fox (1937)

Incendio alla Fox (1937)

Salvo sfortunati avvenimenti erano però le logiche commerciali a fare piazza pulita delle vecchie pellicole. Quando un film aveva esaurito il proprio percorso nei teatri, conservarlo in archivio non era solo un’inutile romanticheria, ma comportava l’occupazione di preziosi scaffali. Qualche volta, come per alcuni lavori del comico Roscoe “Fatty” Arbuckle, coinvolto nella morte della giovane Virginia Rappe, le produzioni decidevano di sbarazzarsi dei film che potevano recare loro un danno di immagine. A tutto questo, naturalmente, si aggiungeva la logica affaristica dei produttori che, come scrisse Samuel Goldwyn, non potevano “riposare sugli allori del passato”, ma dovevano al contrario continuare a produrre film attuali e moderni. Un paradossale affronto alla stessa storia del cinema, perché furono questa ricerca e iper-produttività a dettare le regole del cinema moderno, conducendo in pochi decenni alla raffinata grammatica del cinema classico americano, nonché alla realizzazione del primo film sonoro. Sfortunatamente, e in modo del tutto involontario, fu proprio The Jazz Singer (1927) a segnare la fine di un’epoca.

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“A noi non occorrevano i dialoghi, bastava il volto,” recita Gloria Swanson in Viale del tramonto (1950), indiscusso capolavoro di Billy Wilder; eppure furono proprio i dialoghi a permettere ai film sonori di sopravvivere fino a oggi, scampando alla triste sorte dei loro predecessori. La televisione, in questo, giocò un ruolo chiave, perché finito il proprio ciclo un film poteva ritrovare un senso attraverso la sua trasmissione televisiva, permettendo alle produzioni di incassare nuovamente.

Nel 1933, a Los Angeles, solo una manciata di persone possedeva un televisore, ma il 10 marzo di quell’anno fu comunque una data storica. Quando The Crooked Circle (1932) di H. Bruce Humberstone fu trasmesso per la prima volta sul piccolo schermo non si annunciarono solo le potenzialità del nuovo media, ma si svelò un elemento salvifico per tanti film altrimenti destinati al macero.

Mary Pickford

Mary Pickford

Qualche mente illuminata, a dire il vero, ci aveva già pensato. Pochi, sporadici sguardi lungimiranti avevano compreso quanto conservare il passato fosse l’unico modo per definire il futuro. La diva del muto Mary Pickford, ad esempio, pensò bene di conservare una copia di ogni suo film, consegnandola successivamente alla Biblioteca del congresso. Il critico Isi Barry, dal canto suo, inaugurò nel 1935 una Film Library al Museum Of Modern Art di New York. Lo stesso anno, Henri Langlois e Georges Franju, collezionisti di vecchi film, avevano fondato un cineclub che solo l’anno successivo si sarebbe trasformato nella prestigiosa Cinémathèque française. A loro, col tempo, si sarebbero aggiunti numerosi collezionisti, archivisti e restauratori che, oggi come ieri, scavano nei nostri cimiteri invisibili alla ricerca del nostro passato, per aggiungere un tassello al nostro presente.

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I classici del cinema - Viale del tramonto

Charlot 09.10.2022, 16:50

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