Cinema

Il frastuono del fuori campo

“The Zone of Interest” dà una nuova dimensione all’idea del male e spinge il concetto fino in fondo

  • 01.03.2024, 09:47
  • 01.03.2024, 09:50
"Zona d'interesse" di Jonathan Glazer

"Zona d'interesse" di Jonathan Glazer

  • Courtesy of A24
Di: Chiara Fanetti 

Ci sono film complicati da descrivere, in modo da non farli sembrare scontati o banali. Non perché non ci sia molto da dire, anzi, ma perché la sintesi della loro essenza è così chiara, netta e immediata, da rendere qualsiasi commento piuttosto superfluo.

Ci sono elementi strutturali e formali in The Zone of Interest che, una volta descritti, mostrano il meccanismo del film, rischiando non tanto di svelarne la trama o di rovinarne “l’effetto sorpresa” ma di farlo sembrare un esercizio così elementare da sminuirlo. Con “elementare” intendo proprio quella strana sensazione che si ha di fronte a una determinata tipologia di opera d’arte e che provoca una semplicistica domanda: “perché nessuno ci ha pensato prima?”. Un quesito che è diametralmente opposto al “potevo farlo io”: è lo stupore nel trovarsi di fronte qualcosa di così illuminante da arrivarci addosso senza bisogno di didascalie, senza la necessità di leggere la biografia dell’artista, senza una guida d’accompagnamento, senza nessun tipo di contesto.

The Zone on Interest (in cartellone nelle sale cinematografiche) si appoggia sul libro di un grande autore, Martin Amis, scomparso a pochi giorni dalla prima del film, proiettato al festival di Cannes 2023. Il merito più grande di Glazer si trova infatti nelle scelte di regia, rendendo il suo operato sul film un grande esempio di cosa significa svolgere al meglio questo mestiere (non a caso Glazer è candidato all’Oscar come miglior regista per questa pellicola, risultato piuttosto raro per una produzione extra hollywoodiana).

Potendo contare su un testo di tale portata, su un soggetto così grande come l’Olocausto e il suo incontenibile orrore, Glazer ha preso la scelta di, in parte, dimenticarsi di questo testo, per concentrarsi sul formato cinematografico e i suoi strumenti espressivi. Glazer prende lo spunto centrale dal romanzo e poi se ne discosta per addentrarsi in sentieri ancora più cupi di quelli percorsi dallo scrittore britannico.

Il regista, nonostante la decennale carriera, ha realizzato pochi lungometraggi. Forse perché ogni elemento nelle sue opere è attentamente calibrato per ricreare un’atmosfera disturbante, sospesa tra il quotidiano e il surreale. In The Zone of Interest questo serve a mostrarci cosa succedeva oltre le mura di Auschwitz, ma in senso inverso rispetto a quello che potremmo aspettarci: svela ciò che accadeva immediatamente fuori.
Dall’altra parte di quel muro c’è la villetta con giardino in cui vive Rudolf Höss, il comandante del campo di concentramento (personaggio reale, ideatore dell’Operazione - che ha preso il suo nome - per l’eliminazione totale degli ebrei dall’Ungheria), curata con amore e perfezionismo da sua moglie Hedwig e animata dai numerosi figli. Il progetto di una vita bucolica di un burocrate e di una donna di casa, impassibili di fronte agli spari, alle urla e al fumo che arriva da poco lontano.
C’è un giardino, un bosco, un fiume poco distante in cui la famiglia va a fare il bagno. Non piove, non c’è vento sferzante, i fiori oltre il perimetro del campo crescono, le api volano, i bambini giocano. Questo film non è il primo a mostrare questo contrasto, ci sono state opere dal valore storico e artistico inestimabile che hanno raffigurato questa sintesi del “dentro – fuori”, da Shoah di Claude Lanzmann (1985) in poi. Glazer però trova un’altra forma, che è soprattutto quella del suono.

Rumore fuori campo

Il sound designer Johnnie Burn, anche lui candidato all’Oscar, ha praticamente creato una sorta di secondo film, questo però unicamente sonoro, che si muove parallelamente a quello visivo. Ovviamente ci sono immagini inquietanti, che lasciano intravvedere le atroci storture che si celano dietro l’apparentemente famiglia perfetta, ma è il suono a portare il vero orrore nella pellicola. I due elementi – l’immagine e l’audio – potrebbero esistere singolarmente e raccontarci due storie ben precise. La prima ci parla della crisi di una coppia borghese, incastrata tra l’inarrivabile equilibrio tra lavoro e famiglia e le aspettative del ceto medio. La seconda è un field recording di un campo di sterminio. È l’unione dei due a creare una spaccatura nel nostro animo, a lasciarci spiazzati di fronte ad una nuova rappresentazione della “banalità del male” ma è anche la sottile riflessione che ci viene offerta sull’idea stessa di “maligno” e di cattiveria che si insinua nelle nostre menti - con l’accostamento dei drammi della Storia alla routine quotidiana e ai modelli di vita a cui ambire - a distorcere tutto.
L’ansia risiede nelle stanze delle case dove vivono i nuclei famigliari, la pressione è tra moglie e marito, la frustrazione e il rancore sono tra madre e figlia. Il male si cela potenzialmente dietro ogni interazione fino a prendere forme incalcolabili, incontenibili. Nelle persone il male è un’opzione, potrebbe emergere in chiunque. Non ci sono mostri, ci sono individui e Glazer li osserva soprattutto quando nessuno li guarda. 

24:18
Auschwitz

La zona di interesse

Alphaville 27.02.2024, 12:35

  • Keystone
  • Lina Simoneschi Finocchiaro

Scelte coraggiose, scelte pericolose

In questo film, che è sicuramente uno dei più importanti e riusciti dell’anno, c’è anche qualcosa di furbo e il fatto che sia prodotto dalla A24, estremamente efficace nel creare immaginari e nel promuovere i propri autori, rende più plausibile questa osservazione.
Il valore artistico e l’astuzia non si annullano, anzi, vanno anche volentieri a braccetto, ma quando durante il film sorge la sopracitata domanda “perché nessuno ci ha pensato prima?” per l’ennesima volta c’è da qualche parte la sensazione - timorosa e imbarazzata - di notare in fondo lo stesso stratagemma che si ripete insistentemente, da risuonare addirittura vuoto. L’ossessiva colonna sonora di Mica Levi e la sequenza nel Museo-Memoriale di Auschwitz-Birkenau, che rompe la narrazione con un coraggioso salto temporale, riportano il film sul brillante binario della parte iniziale ma c’è l’allarmante percezione di aver schivato un pericoloso deragliamento.

Non c’è un primo piano in The Zone of Interest. I personaggi sono spesso immersi nel loro ambiente quasi come fossero dentro un diorama, all’interno di un modellino o di un reality show televisivo; un’impressione resa possibile dalla fotografia e dall’atmosfera diurna, estiva. The Zone of Interest è un film così alla luce del sole che affascina, colpisce, evidenzia, un po’ forse acceca.

Ti potrebbe interessare