Va in Romania (ma anche un po’ in Norvegia) la Palma d’Oro della 79ma edizione del Festival del Film di Cannes. L’ha conquistata l’intenso “Fjord” di Cristian Mungiu, che replica la vittoria del 2007 con “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” e diventa il decimo a conquistare per due volte il premio principale. Il suo film era stato additato, fin dalla presentazione della selezione, come un possibile favorito. Alla fine è andata proprio così. Al centro della storia c’è la coppia formata da Mihai e Lisbet Gheorghiu (gli straordinari Sebastian Stan e Renate Reinsve) che da poco si è trasferita dalla Romania in un piccolissimo villaggio su un fiordo norvegese. I Gheorghiu sono una famiglia di radicate convinzioni religiose, di fede evangelista, che cresce i cinque figli, ino dei quali appena nato, secondo valori e regole molto rigide, privandoli di smartphone, videogiochi, internet. La famiglia cerca di integrarsi, ma si ritrova sotto osservazione da parte della comunità locale, molto più progressista. Forse fin troppo: quando uno dei figli a scuola mostra una piccola escoriazione, parte una macchina di protezione e sicurezza per l’infanzia che arriva a privare i Gheorghiu della potestà sui figli, mettendoli a carico di famiglie affidatarie, e addirittura a subire un processo penale per violenze.
La stampa francese di un pari-merito nei verdetti per questa edizione aveva cominciato a parlare da alcuni giorni. Che fossero due no di certo (anche perché sarebbero formalmente contrari al regolamento, che dice “L’elenco dei vincitori può includere un solo premio ex aequo e questa disposizione non si applica alla Palma d’Oro”). Ma la deroga è sempre possibile, quindi i due attori di “Coward” (di Lukas Dhont), Valentin Campagne ed Emmanuel Macchia, e le due attrici di “Soudain” (di Hamaguchi Ryusuke), Tao Okamoto e Viriginie Efira festeggiano. Film di grande valore (quello di Hamaguchi era anche il più lungo dei 22, con le sue 3 ore e 16 minuti) che raccontano rispettivamente della gioventù mandata al massacro nella Prima guerra mondiale e di fragilità umana e fine vita sullo sfondo di una forte amicizia tra la direttrice di una casa di cura della periferia di Parigi e una regista teatrale giapponese.

Il commento dal Festival del Cinema di Cannes
Telegiornale 23.05.2026, 20:05
Figurarsi la sorpresa quando anche per la regia è stato assegnato un premio doppio… anzi triplo! Due i film premiati, anche qui: il primo è co-diretto da Javier Ambrossi e Javier Calvo. Il loro “La Bola Negra” è un melodramma pop tra memoria queer e spettacolo nella Spagna della transizione post-franchista. Poi, riconoscimento anche a Pawel Pawlikowski per “Fatherland” al cui centro narrativo c’è il ritorno in patria dello scrittore tedesco Thomas Mann e di sua figlia Erika (la splendida Sandra Hüller). Tre premi a pari merito non fanno bene ai festival in generale, figurarsi a quello di Cannes… e chissà Thierry Fremaux come avrà dovuto digerire la scelta, evidentemente non all’unanimità, della giuria guidata da Park Chan-wook.
Quindi… che festival è stato? Stando alla stampa francese, che ha visto una dispersione notevole di titoli nostrani nelle diverse sezioni, forse più che in altri anni, un festival splendido, al di là del palmarés. Per la stampa internazionale è stato invece un festival a cui si è data grande fiducia dopo la scoperta della selezione ufficiale, con i grandi film degli studios americani assenti (e quelli delle piattaforme lontani dal concorso come sempre): dopo aver visto i film è sembrata non completamente ben riposta. La qualità del concorso è stata decisamente inferiore a quella dello scorso anno (con 4 film della competizione tra i 10 candidati per l’Oscar al migliore), anche se soltanto il tempo ci dirà il vero impatto di questi titoli sul pubblico delle sale, dove finora il solo “Amarga Navidad” di Pedro Almòdovar è già stato distribuito.
A confermare questo piccolo passo indietro nel valore assoluto delle proposte, sono anche le decine di tabelle, redatte dai tanti siti internazionali di critica, che sono stati meno generosi con le loro “stelline” di valutazione. E questo è un termometro più significativo dell’applausometro alla fine della proiezione ufficiale: peraltro anche questo è stato un fattore meno rilevante in questa 79ma edizione.
Già… il numero 79 è significativo, perché noi innamorati di Cannes ci auguriamo che sia stata soltanto -opinione condivisa da molti- una edizione di passaggio. Ma sarà davvero così? Perché ovviamente qualcosa (nelle stanze che contano) sui film disponibili tra 12 mesi già si sa, ma da qui ad avere la certezza che saranno buoni e selezionabili, solo con la fiducia si può sostenere la tesi.
Ci restano comunque buoni retrogusti sul palato per parecchi film, sia del concorso, sia delle altre sezioni. Oltre ai premiati, citiamo “El ser querido” di Rodrigo Sorogoyen, commovente e intenso dramma che coinvolge padre regista e figlia attrice sul seti di un film, tra incomunicabilità e non detti. Sembrava una palma sicura per Javier Bardem... E tra i “fuori concorso” “The Match”, “La Vènus Êlectrique” (film di apertura), il potentissimo “L’Abandon”, l’altrettanto forte “Karma”, il debutto di John Travolta alla regia con la favola “Volo notturno per Los Angeles” (che sarà su Apple Tv+ dal 29 maggio), il documentario “Avedon” di Ron Howard, il noir “Diamond” di Andy Garcia anche regista.
E adesso riflettori su Locarno: a metà luglio sapremo i titoli di tutti i film, anche qui dell’edizione numero 79.



