Cinema

La fiamma del peccato arde da ottant’anni

Tra i capolavori di Billy Wilder, “La fiamma del peccato” è uno degli esempi più alti del genere noir, esemplare rappresentazione delle bassezze dell’animo umano

  • 7 luglio, 08:09
Billy Wilder

Billy Wilder

  • Keystone
Di: Nicola Lucchi

Double Indemnity è un termine utilizzato dalle polizze assicurative per definire la clausola che obbliga le compagnie a risarcire il doppio in caso di morte accidentale. Basta dunque il titolo originale per comprendere la trama di uno dei più rappresentativi film noir della storia, se non fosse che, in Italia, la pellicola di Billy Wilder che oggi compie ottant’anni fu distribuita col titolo di La fiamma del peccato (1944). Bianco e nero, netto contrasto tra luci e ombre, l’avidità come motore dell’azione e una femme fatale pronta a tutto per soddisfarla sono gli ingredienti più classici del cinema noir, che il buon Wilder, all’epoca, a malapena sapeva cosa fosse. Difficile credergli quando sostiene di non aver mai sentito questa definizione, più facile quando afferma di aver realizzato solo il film che desiderava fare.

Double Indemnity

Maestro di generi con uno spiccato occhio per la commedia e l’ironia più travolgente, Wilder chiese al fidato Charles Brackett di scrivere la sceneggiatura, ma considerato l’argomento scabroso e le difficoltà derivate da un codice Hays al massimo della sua influenza, lo sceneggiatore declinò l’offerta limitandosi a stendere un trattamento. Wilder pensò allora che l’autore dell’omonimo racconto da cui il film è tratto sarebbe stato un’ottima alternativa, ma quando anche James M. Cain non si rivelò disponibile, la scelta cadde su Raymond Chandler, che di hardboiled non era certo a digiuno, ma che poco sapeva di scrittura per il cinema. Toccò a Wilder affiancarlo su ogni pagina. Ecco allora che l’assicuratore Walter Neff trovò presto la sua voce, nonché la strada che lo avrebbe condotto nell’abbraccio mortale di Phyllis Dietrichson, affascinante dark lady interpretata da Barbara Stanwyck pronta a uccidere il marito pur di riscuoterne la cospicua assicurazione sulla vita.

Per lo più dettate dal rigido codice morale vigente, non mancarono importanti modifiche alla storia originale, ma nonostante questo, il film risultò tanto convincente che persino Cain dichiarò di averci visto cose che avrebbe voluto inserire lui stesso nel racconto. A renderlo tanto appetibile, oltre all’esemplare regia di Wilder e alla scrittura meticolosa, la storia vera a cui la novella di Cain si ispirava e che vide una donna newyorkese finire sulla sedia elettrica dopo aver ucciso il marito, da lei convinto a stipulare un’assicurazione sulla vita.

Trovare gli attori ideali non si rivelò semplice. Furono vagliati molti divi per il ruolo di Walter Neff, tra questi Gregory Peck e Spencer Tracy, ma tutti rifiutarono perché il personaggio risultava loro troppo manipolabile e pertanto debole. In un’epoca in cui il machismo era predominante, la soluzione cadde allora su Fred MacMurray. Abituato a recitare nel ruolo del bravo ragazzo, MacMurray disse a Wilder di non essere la persona giusta, ma vista l’insistenza del regista accettò, dimostrando al mondo di saper interpretare personaggi ben più sporchi e complessi dei suoi standard. Per quanto riguarda Barbara Stanwyck, nemmeno lei fu la prima scelta, ma quando preoccupata di recitare nel ruolo di una donna spietata confessò le proprie paure, la risposta di Wilder fu come sempre spudorata e illuminate: “Well, are you a mouse or an actress?” La domanda, naturalmente, fu sufficiente a convincerla.

La fiamma del peccato

Dopo una premiere a Baltimora, La fiamma del peccato uscì ufficialmente nelle sale il 6 luglio del 1944. Malgrado la cantante Kate Smith diede il via a una vera e propria campagna di boicottaggio a causa dell’immoralità dei personaggi descritti, il film ottenne un immediato successo di pubblico e critica.

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Barbara Stanwyck si rivelò la perfetta femme fatale e MacMurray, alleggerendone il peso grazie a una colpa condivisa, il complice ideale. Se Phyllis, fin dal suo ingresso, si rivela infatti come l’archetipo della femme fatale, Neff la riconosce subito per quello che è realmente, accettando, dopo alcune esitazioni, le conseguenze del loro patto. Il codice Hays non avrebbe mai permesso di mostrare nello stesso letto una coppia non sposata, così il rapporto carnale che suggella il contratto diabolico tra i due è raccontato da un rossetto riapplicato alle labbra e una sigaretta accesa. Ecco allora che la terza figura che compone il quadro più classico del genere non è, come banalmente ci si aspetterebbe, il marito di Phyllis, quanto il socio di Neff, l’unico a potersi accorgere dell’inganno.

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Il momento in cui le cose iniziano a disgregarsi è la parte di un noir in cui tutto si fa più coinvolgente, ma se il cinema pre-code concedeva finali spietati e per nulla edificanti, quello di La fiamma del peccato risponde ai dettami di William Hays: i criminali, qui, subiscono inevitabilmente le conseguenze delle proprie azioni immorali. La trama avvincente, come la messa in scena cupa e raffinata in grado di segnare l’evoluzione di un genere ancora giovane, furono la dimostrazione che a ogni vincolo corrisponde una possibilità, e che le limitazioni di un codice bigotto potevano rivelarsi propellente creativo se date in pasto a un grande regista. Nella sua spietata e claustrofobica oscurità, La fiamma del peccato trasuda infatti il dolore, lo squallore e le bassezze che l’animo umano può offrire al mondo, restituendo il tutto attraverso l’eleganza formale del cinema classico.

Il risultato fu una moltitudine di candidature che condusse a sette Oscar mancati, e al privilegio di essere più volte inserito dall’American Film Institute nella lista dei cento film più belli della storia. Come del resto affermò Alfred Hitchcock: “Dopo La fiamma del peccato, le due parole più importanti nel mondo del cinema sono “Billy” e “Wilder””.

Non possiamo che concordare col maestro.

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