Cos’hanno in comune Leo McCarey, Otto Preminger, Alfred Hitchcock, Mel Brooks, Robert Altman, Sydney Pollack, Martin Scorsese, i fratelli Coen e Sam Mendes? Paul Newman, il suo mezzo secolo di set, il suo metro e novanta e i suoi occhi azzurri. Ma soprattutto la sua carriera infinita in cui ha saputo mettere al suo posto la bellezza e piazzare davanti alla macchina da presa una bravura senza tempo e senza ruolo, che magari non corrispondeva al talento innato di un Jack Nicholson — Newman voleva pilotare aerei — ma che ha saputo far maturare con l’intelligenza del miglior interprete del sogno americano.
Uno vorrebbe essere riconosciuto, apprezzato, per ciò che ha fatto con sforzo, non perché è alto un metro e novanta e ha le gambe lunghe, il torace robusto, il naso greco e gli occhi celesti. Che merito c’è ad essere belli?
Paul Newman in un’intervista a Oriana Fallaci per L’Europeo (1963).
Nato il 26 gennaio 1925 in un sobborgo di Cleveland, Paul Newman era un Avenger. Quelli veri, le squadriglie bombardieri dell’aviazione della Marina americana con cui il 6 agosto 1945, volando sul cielo del Giappone, a nord-est vide alzarsi il fungo atomico sopra Hiroshima. E chissà se quell’evento, di cui non amava parlare, raccontare o rispondere, fu l’inizio di una riflessione che ne avrebbe fatto un convinto democratico di sinistra, schierato contro la guerra in Vietnam, onorato di essere al 19° posto nella classifica dei nemici di Richard Nixon, per lui il miglior riconoscimento mai ricevuto, alla faccia dei premi Oscar, dei Golden Globe, dell’Orso d’argento e del Prix d’interpreation masculine a Cannes. Era il 1958 e la sua interpretazione in La lunga estate calda (di Martin Ritt), fece definitivamente girare il mondo verso quel giovane uomo alto con gli occhi azzurri e la fossetta sul mento. Erano passati quattro anni dal disastroso esordio in Il calcio d’argento di Victor Saville (1954) e dalla recensione del The New Yorker che per quella parte lo paragonò a “un autista di autobus che annuncia le fermate”; e dopo aver passato pure l’esame Liz Taylor in La gatta sul tetto che scotta (di Richard Brooks - 1958) e aver stravinto l’incontro di pugilato in Lassù qualcuno mi ama (di Robert Wise - 1956), Newman tornò a Hollywood entrando dalla porta principale. Quella con il tappeto rosso.
La lunga estate calda non segnò soltanto la carriera di Paul Newman. Sul set infatti conobbe Joanne Woodward, che un anno dopo sarebbe diventata sua moglie, compagna e collega di una vita intera. Insieme girarono altri 15 film e su di lei Newman pose anche il suo primo sguardo da regista, dirigendola nel suo esordio alla regia La prima volta di Jennifer (1968). C’è una scena, in quel film, in cui la macchina da presa inquadra lei a letto con delicatezza e stupore, spiegando benissimo come la forza degli occhi di Newman non fosse nell’azzurro o nel taglio, ma nel come e nel cosa sapesse muoverli: l’intelligenza e l’educazione di un signore d’America. E l’America, Hollywood, da lì in avanti lo avrebbe amato come pochi altri nella storia del cinema.
Il 1961 è l’anno de Lo spaccone di Robert Rossen, il film per eccellenza sul biliardo benché Newman non avesse mai preso in mano una stecca prima del primo ciak. Poi arrivano Hud il selvaggio (di Martin Ritt - 1963), Il sipario strappato di Alfred Hitchcock (1966) e il sorprendente Nick mano fredda di Stuart Rosenberg (1967). Ma volendo scegliere un Newman su tutti, è forse nel 1969 che Paul si gioca l’interpretazione perfetta, o forse più completa perché capace di raccontare attore, uomo e cittadino in 110’. In Butch Cassidy (di George Roy Hill), a 44 anni Paul Newman riesce con un western sessantottino a raccontare perfettamente il fermento della New Hollywood e della gioventù americana. Al suo fianco, undici anni più giovane, Roy Hill gli piazza Robert Redford e il risultato, in quello che forse può essere considerato il primo buddy movie - oggi bromance - è un’alchimia perfetta, battezzata a meraviglia dall’inquadratura con cui Roy Hill fa comparire Butch (Newman) — o meglio il suo occhio — alle spalle di Sundance (Redford), formando l’inseparabile coppia di un western a cavallo tra Jules e Jim e Bonnie e Clyde che avrebbe messo in fila al botteghino C’era una volta il West di Sergio Leone e Il muschio selvaggio di Sam Peckinpah.
L’amicizia tra Newman e Redford tornò sul grande schermo, e di nuovo diretta da Roy Hill, quattro anni più tardi in La stangata (1973), film imperfetto ma campione d’incassi e premi, in cui i due riuscirono ad essere tracce perfette per il ragtime di Scott Joplin. In tutto questo, e a vent’anni di carriera, Paul Newman non era ancora riuscito a portarsi a casa un Oscar. Non accadde nemmeno per Il verdetto (di Sidney Lumet - 1982) — per la cronaca vinse Ben Kingsley per Gandhy — in cui Newman domina ogni singolo fotogramma (easter egg: nel pubblico dell’aula di tribunale siedono uno fianco all’altro un diciottenne Bruce Willis e Tobin Bell). L’assalto alla statuetta gli riesce invece quattro anni dopo (un anno dopo aver vinto quello alla carriera!), grazie a Il colore dei soldi (1986) di Martin Scorsese con Tom Cruise. Da un Tom all’altro, l’ideale passaggio di consegne alla nuova generazione di Hollywood avvenne nel 2002, al fianco di Tom Hanks, in Era mio padre di Sam Mendes. Lui, che da padre visse il dolore più grande della sua vita perdendo il figlio Scott a 28 anni, per overdose. Con la fondazione che di lì a poco creò insieme a Joanne Woodward e altre iniziative benefiche, si dice e calcola che Paul Newman abbia dato in beneficienza oltre 600 milioni di dollari.
Poco dopo Era mio padre Newman annunciò il ritiro dalle scene, salvo tornarci per un attimo nel 2006, regalando la voce al vecchio Doc Hudson in Cars - Motori ruggenti (2006). E per lui, innamorato delle corse, vincitore di innumerevoli gare e 2° alla 24 Ore di Le Mans del ’79, non poteva esserci commiato migliore. Senza occhi azzurri.
Nel 2022, 14 anni dopo la sua scomparsa nel 2008, è uscita l’autobiografia scritta insieme allo sceneggiatore Stewart Stern, edito in Italia da Garzanti con il titolo Paul Newman - Vita straordinaria di un uomo ordinario, da cui — per volere dei figli e dedicata a mamma e papà — è nata anche la miniserie televisiva diretta da Ethan Hawke The Last Movie Stars.
Paul e Joanne (4./15)
Alphaville: le serie 18.07.2024, 12:35
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