Partire dal locale per abbracciare il mondo, raccontare una storia solo in apparenza piccola, ma in realtà ampia ed universale. È in questo contesto che si muove il film Becaària, del regista ticinese Erik Bernasconi, e, prima di lui, il quasi omonimo romanzo Il Becaària dello scrittore ticinese Giorgio Genetelli, dal quale il film è tratto.
Al centro di libro e film c’è la storia di Mario, adolescente che vive in un piccolo villaggio del Ticino alla fine degli anni ‘70. Un momento sociale questo, di grandi cambiamenti, nel mondo certo, ma anche in Ticino e pure nello stesso Mario, che si trova confrontato con i primi turbamenti amorosi, con i problemi a scuola e con i dilemmi sul futuro, temi di scontro quotidiano con il padre. Mandato da quest’ultimo in montagna a lavorare come contadino, quasi paradossalmente sarà proprio qui, «nella periferia della periferia», come ci ha raccontato il regista Erik Bernasconi, che Mario arriverà a scoprire «la parte nuova della società” e ad entrare «nel mondo vero».

Una storia di formazione e crescita nella quale molti potranno forse ritrovarsi, come è successo anche allo stesso regista, che dopo aver letto il romanzo di Giorgio Genetelli nel 2011, si è subito identificato con il protagonista, in parte anche per la vicinanza anagrafica – Mario è degli anni ’60 ed Erik degli anni ’70 –. Una storia però che, ci dice, nonostante l’ambientazione in un periodo storico passato, può sicuramente parlare anche ai giovani di oggi: «Credo e spero che l’importanza di questa storia, soprattutto se vista da un adolescente, ci faccia dire che i problemi delle persone alla fine restano quelli fondamentali: noi vogliamo amare, vogliamo crescere, vogliamo avere una nostra personalità, vogliamo trovare una strada nella vita. E questo è un problema che abbiamo vissuto noi da adolescenti, che hanno vissuto i nostri genitori da adolescenti, ed è la stessa cosa che vivranno i nostri figli e i nostri nipoti. Quindi spero che questo film racconterà un viaggio interiore in cui la gente si possa riconoscere».

Tra parole e immagini, l’adattamento cinematografico del libro ha visto un discorso sincero tra il regista e lo scrittore, con molta libertà ma con una richiesta da parte di quest’ultimo: non tradire lo spirito del romanzo. Un lavoro spesso complesso quello del portare una storia dalle pagine alla pellicola, che in questo caso è stato anche partecipativo, come ci racconta sempre Erik Bernasconi: «Giorgio ha letto alcune stesure, mi ha dato le sue opinioni, ma mi ha lasciato davvero la libertà di scrivere il film che volevo […] Chi ha letto il libro e vedrà il film noterà molte differenze. Però io credo, tanto per cominciare, che il personaggio principale ha lo stesso arco, lo stesso viaggio e impara più o meno le stesse cose».
Un viaggio emotivamente intenso sono state anche le stesse riprese del film, che sarebbero dovute iniziare in Vallemaggia il giorno della tragica alluvione: «Siamo stati bloccati lì, e quindi siamo stati a stretto contatto con la popolazione che poi ha avuto piacere di averci e che non ci ha considerati come un elemento fastidioso o estraneo, anzi […] È stato un momento emotivamente molto forte e come gruppo di persone sicuramente ce lo siamo portato addosso per tutte le riprese e per tutto il tempo in cui siamo stati lì […] è rimasto nei nostri cuori».

Parole dei giovani, cinema svizzero e storia corale
Passaggi 21.01.2026, 15:05
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