Chi lo sa se lo spirito protezionista che si respira nella politica internazionale ha contagiato anche il festival di Cannes. Certo è che in un concorso di 22 titoli quei 17 film francesi, tra produzioni e coproduzioni, si fanno notare. Grande assente - oltre all’Italia, che tra le cinematografie europee è praticamente l’unica a restare fuori dalla selezione ufficiale, salvo tre coproduzioni minoritarie - è la rappresentanza delle grandi produzioni hollywoodiane. Non solo tra i film in lizza per la Palma d’Oro, ma anche negli spazi dedicati alle proiezioni speciali, dove Thierry Frémaux, delegato generale del festival, ci aveva abituato a blockbuster presentati in anteprima e in pompa magna, come il sequel di Top Gun, l’ultimo capitolo di Indiana Jones o l’ennesimo Mission: Impossible.
Crisi diplomatica con gli USA di Donald Trump? Voglia di tornare a un cinema intellettuale? Storicamente, gli studios hanno sempre cercato di puntare su Cannes - e Venezia - per posizionare i titoli più forti in vista della stagione dei premi e per favorire le vendite internazionali. L’assenza di queste produzioni sembrerebbe la somma di diversi fattori legati più al mercato che alla politica; dalla concomitanza con le uscite estive (Spielberg, Nolan e il nuovo Spider-Man conquisteranno le sale tra giugno e luglio) alla diminuzione degli investimenti delle grandi case di produzione nei progetti autoriali, senza dimenticare il rigido regolamento del festival francese, che non accetta film prodotti dalle piattaforme streaming che non prevedono uscite nelle sale. In un’edizione che sembra guardare più al cinema d’autore e di genere (molti gli horror presenti nelle sezioni laterali) che allo spettacolo hollywoodiano, spicca quasi per valore simbolico la Palma d’onore a Peter Jackson. Il regista della pluripremiata trilogia del Signore degli anelli presentò proprio al Marché du Film di Cannes, nel 1988, il suo primo film: Bad Taste, una commedia splatter girata con un budget limitatissimo.

Nel festival che lo scorso anno ha consegnato la Palma d’Oro al regista iraniano Jafar Panahi, che con il suo Un semplice incidente ha denunciato le condizioni di vita del popolo iraniano sotto il regime di Teheran, non mancano titoli che riflettono il contemporaneo, ma lo sguardo degli autori e delle autrici (poche, solo cinque nel concorso principale) sembra rivolgersi più alla storia, lontana o recente. Per fare qualche esempio, e restando al cinema iraniano, Ashgar Farhadi in Histoires Parallèles si affida a tre star francesi - Isabelle Huppert, Catherine Deneuve e Vincent Cassel - per riflettere sulle conseguenze degli attentati di Parigi del novembre 2015, mentre I’ll be gone in June, unica coproduzione svizzera della selezione ufficiale, nella sezione Un Certain Regard, ci riporta negli Stati Uniti post 11 settembre. A dirigere il film è l’attrice tedesca, nata a San Pietroburgo, Katharina Rivilis, qui al suo debutto dietro la macchina da presa. Il regista belga Lukas Dhont ambienta il suo Coward tra le trincee della Grande Guerra mentre il polacco Paweł Pawlikowski con Fatherland riporta Sandra Hüller a Cannes nei panni della figlia dello scrittore Thomas Mann, impegnata in un viaggio on the road dalla Germania Est alla Germania Ovest durante la Guerra Fredda.
Scopriremo nei prossimi giorni se questo diffuso sguardo verso il passato sarà o meno un mezzo per capire qualcosa del nostro confuso presente; difficilmente, in ogni caso, un palcoscenico come Cannes potrà chiamarsi fuori dal dibattito sul rapporto tra arte e politica che ha attraversato la Berlinale dello scorso febbraio e che in questi giorni scuote la Biennale d’arte di Venezia.

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Radiogiornale 12.05.2026, 12:30
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