Cinema

Mortal Kombat 2 è stupido e perfetto

Il videogame è la madeleine di una generazione, il film del regista Simon McQuoid riesce a catturarne lo spirito senza cadere in eccessi di purismo. E il protagonista Karl Urban è uno dei motivi per cui il secondo episodio è migliore del primo

  • Un'ora fa
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Di: Michele R. Serra 

Le idee migliori sono spesso quelle più semplici. Quella avuta dai programmatori Ed Boon e John Tobias nei primi anni Novanta aveva l’obiettivo di rendere il loro nuovo videogame diverso da quello che era il punto di riferimento dell’epoca, Street Fighter. Un’idea semplice come il sangue: il loro Mortal Kombat, infatti, era un picchiaduro come gli altri, come Street Fighter. Ma sarebbe stato più interessante perché molto più violento e splatter dei concorrenti.

Per raggiungere quell’obbiettivo, Boon e Tobias decisero che Mortal Kombat avrebbe offerto al giocatore la possibilità inedita di uccidere davvero l’avversario. Cioè. In Street Fighter II potevi ridurlo pesto e sanguinante, ma l’omicidio efferato era escluso; Mortal Kombat invece era una cornucopia di impalamenti, decapitazioni, cuori strappati. A quelle animazioni ultraviolente chiamate Fatality si accedeva tramite sequenze di tasti segrete, tramandate oralmente da un preadolescente all’altro nelle sale giochi dell’epoca.

Quella fu senza dubbio l’idea più importante, e il motivo per cui a più di trent’anni di distanza siamo ancora qui a parlare di Mortal Kombat. Che a sua volta ruota intorno a una storia di ninja soprannaturali e necromanti sadici, certo, ma per chi è nato negli anni Ottanta parla soprattutto di memoria, ricordi, passare del tempo.

Ricordi di cui fa parte anche il sangue, lo splatter. Un termine che ha senso soprattutto per gli appartenenti a quella generazione che si nutriva di cinema e fumetti negli Ottanta. C’era la rivista Splatter, c’era ovviamente Dylan Dog, all’apice del suo successo. C’era un catalogo immenso di film. 
Oggi invece, lo splatter non ha più l’impatto di un tempo. Dicono i sociologi che aveva senso quattro decenni fa, perché si opponeva radicalmente a tutti gli stereotipi sociali degli anni Ottanta: bellezza, successo, benessere, condanna del diverso e della violenza marginale. Nel 2026 non sappiamo neppure individuare quale sia il mainstream culturale da distruggere con furore iconoclasta, quindi lo splatter non è più interessante. In compenso nei film di Mortal Kombat, oggi, sangue e violenza non mancano. Resta da capire se possono bastare.

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E così, arriviamo a Mortal Kombat II, appena arrivato nelle sale. Classico caso di film senza trama, ma con un bel po’ di azione e avventura, che un tempo si sarebbe definito fumettone. Ma i tempi sono cambiati, e sia i fumetti che i film tratti dai fumetti sono diventati terribilmente seri: i fumettoni, al cinema, non esistono più. Adesso, quel ruolo l’hanno preso i videogiochi, e i fumetti tratti dai videogame.

Mortal Kombat II, così come il primo Mortal Kombat della saga reboot del 2021, ovviamente parte da una trama incredibilmente esile – per non dire abbastanza stupida, visto che si parla di guerrieri che si affrontano usando ventagli-boomerang rotanti o sombreri-frisbee affilatissimi, in una specie di super torneo fantastico. Ma fa l’unica cosa giusta da fare, e cioè abbracciare tutta questa stupidità con la massima serietà. E qualche effetto speciale splatter, naturalmente.

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Il secondo film, da tutti i punti di vista, è meglio del primo: è meglio nelle scene di lotta; assomiglia meno a un grande prologo per altri due o tre film da farsi nei prossimi anni (e questo, essendo un seguito, era prevedibile); perfino la storia, per quanto esile, è senza dubbio migliore. Soprattutto però, c’è un protagonista che riesce a prendersi sulle spalle il film, con il giusto mix di comicità e swag: il Johnny Cage intepretato da Karl Urban, ormai diventato una star dopo il successo di The Boys e qui senza dubbio aiutato dal fatto che il tono del film non è troppo lontano da quello della serie (pur se meno estremo, per carità).

Poi, certo, i puristi dell’adattamento videoludico (esistono?) magari si lamenteranno perché, anche questa volta, non si tratta di un calco fedelissimo dell’originale. Ma è inutile pensare a quello che manca o a quello che avrebbe potuto essere: quello che c’è sullo schermo è più che sufficiente per farci ritrovare quel tempo perduto della preadolescenza senza farci sentire in colpa. Mi viene da pensare che dovrebbero esserci più film così.

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Rete Uno 07.05.2026, 15:05

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