In occasione della messa in onda domenica 3 maggio alle 10:30 su RSI LA1 di Sonata Meccanica, documentario di Fabio De Luca, proponiamo un approfondimento sull’attività di compositore di Anthony Burgess.
Se Arancia Meccanica di Anthony Burgess è un esempio perfetto di opera che riesce a sintetizzare tutti i temi ricorrenti del suo autore (la riflessione sul male e sulle pulsioni umane più distruttive, quella sul rapporto tra individuo e potere, la sperimentazione linguistica), con la sua struttura modellata sulla forma sonata il testo ci ricorda soprattutto che la vera passione dello scrittore fu la musica, dalla cui facoltà (dell’Università di Manchester) fu però escluso, ripiegando così sulla letteratura.
Per questo Burgess, che amava definirsi “compositore che ha scritto romanzi per hobby”, non solo utilizzò la musica come struttura per i suoi romanzi (Napoleon Symphony e, ovviamente Arancia Meccanica) ma dagli anni ’30 alla sua scomparsa nel 1993 compose anche musica di ogni genere, in gran parte rimasta inedita, e riscoperta soprattutto dopo la sua morte, grazie anche a studiosi come Paul Phillips, docente di musica e direttore d’orchestra a Stanford, autore del più importante testo dedicato alle musiche di Burgess (dal titolo assai eloquente, A Clockwork Counterpoint, pubblicato proprio dalla già citata Università di Manchester nel 2010).
“Anthony Burgess, Sonata meccanica”
Musicalbox 27.04.2026, 16:30
Contenuto audio
Qui c’è il primo paradosso: tra le musiche di Burgess troviamo davvero di tutto, dalla sinfonia all’opera ai quartetti di chitarra (ci vorrebbe un articolo a parte per elencarli tutti), fuorché tentazioni folk o cantautoriali. In pratica, Burgess rifiutava quello che nel XX secolo era considerato lo sbocco naturale dal rapporto musica/letteratura, capace di produrre musicisti/letterati come Leonard Cohen e Lou Reed (quest’ultimo, altro paradosso, figlio artistico di Delmore Schwartz, ancor più scettico di Burgess nei confronti del rock) e, soprattutto, Bob Dylan.
Del resto – quasi a confermare la sua visione secondo la quale la musica deve strutturare la narrazione, anziché solo accompagnarla – Burgess dubitava della qualità poetica dei testi di Dylan, se scissi dalla musica. Se è vero che sono le stesse perplessità sollevate da alcuni ai tempi dell’attribuzione del Nobel per la letteratura nel 2016, è pur vero che sarebbe interessante aveva il parere di Burgess, oltre che sulle scelte di Stoccolma, anche sui grandi nomi della narrativa contemporanea (Haruki Murakami, Karl Ove Knausgård e perfino Michel Houellebecq, per citarne alcuni) che hanno tratto ispirazione (anche) dalla musica leggera.

Il giradischi nella stanza di Alex, protagonista di Arancia Meccanica, 1971
E il paradosso Arancia Meccanica? Burgess reputava effimeri sia la cultura pop-rock sia i linguaggi giovanili: per questo il suo protagonista, il capo dei “drughi” Alex, ascolta Beethoven e parla uno slang inventato. Ma se mai ci fu romanzo capace di influenzare per decenni le sottoculture giovanili e le scene musicali, quello fu proprio Arancia Meccanica: dai coevi Beatles e Stones, per passare, attraverso Bowie, a ogni sottogenere del punk, del pop, della new wave, per arrivare fino ai giorni nostri (l’elenco è sterminato: citiamo almeno gli Heaven 17, non foss’altro perché il nome era stato inventato da Burgess proprio per sfottere il pop).
Neo, Arancia Meccanica di Burgess
Il Quotidiano 25.04.2026, 19:00
Del resto, la sociologia delle sottoculture, da Stuart Hall e la scuola di Birmingham in poi, ci ha insegnato come ci si possa (ri)appropriare di oggetti culturali ridefinendone i significati, arrivando addirittura a ribaltarli. E se un oggetto culturale diventa protagonista di un processo simile, è perché è destinato a rimanere e ad essere ricordato. Lo è diventato il rock che Burgess guardava con sospetto, lo è diventata la produzione saggistica e letteraria dello stesso Burgess, e lo sarà anche la sua produzione musicale: perché «Forse un giorno ci farà piacere ricordare anche questo».
È una citazione dell’Eneide, ok, ma per noi è anche il titolo di un disco della fase più recente dei New York Dolls – suggerito, guarda caso, da un altro figlio celebre di Manchester come Morrissey. E che Burgess ci perdoni l’accostamento.






