classici televisivi

La peak TV? Era quella di Happy Days

Henry Winkler compie 80 anni, e il suo Fonzie è ancora un mito. Nato da un momento unico nella storia americana e dalle intuizioni di Garry Marshall, demiurgo delle sitcom

  • 30.10.2025, 19:30
  • 31.10.2025, 09:08
Happy Days, 1974
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Fonzie compie 80 anni

Prima Ora 30.10.2025, 18:00

  • IMAGO / Allstar
Di: Michele R. Serra 

Fonzie è un dropout, un loser, un poco di buono – per usare un’espressione della lingua italiana, che magari sembra pure fuori posto, visto che si parla di un prodotto quintessenzialmente americano come Happy Days. Comunque, Fonzie è quelle cose. È il tipo che ha lasciato la scuola superiore, che ha fallito quando ha provato a farsi riammettere. Ed è anche l’amico più cool che potreste mai sperare di avere.

Henry Winkler, oggi fresco ottantenne e ancora star, anche lui non aveva un curriculum granché soddisfacente: nel 1963, al quinto anno delle superiori, aveva presentato domanda a 28 college. 27 lo avevano rifiutato.
Era così scarso, come studente, che riuscì a diplomarsi solo dopo quattro anni, nel corso dei quali ripeté lo stesso corso per otto volte di fila, nella scuola privata newyorchese che frequentava. Passò infine con una sufficienza stiracchiata, riuscendo così a iscriversi all’Emerson College di Boston. Di lì a poco, la sua vita sarebbe cambiata: la Yale School of Drama prima; e poi, quella sit-comedy. Anche Winkler era un dropout e un loser, è diventato uno dei volti più famosi dell’America degli anni Settanta.

Henry Winkler, 2025

Henry Winkler, 2025

  • IMAGO / Future Image

Non è un modo di dire. Noi, dall’altra parte dell’oceano, fatichiamo a renderci conto di quanto la faccia di Fonzie fosse onnipresente, in quel periodo: magliette, tazze, bicchieri, bigiotteria, box portapranzo, ombrelli… l’elenco è sterminato. Il volto di Fonzie è stato, per una generazione americana, un’ancora di salvezza, a cui aggrapparsi in tempi difficili.
Tra il 1973 e il 1974, in effetti, c’era solo l’imbarazzo della scelta, quando si parlava di problemi americani: la crisi petrolifera; la perdita di fiducia nella politica successiva allo scandalo Watergate; la guerra in Vietnam, che stava trasformandosi in una delle peggiori sconfitte della storia militare statunitense.

Quando il presente non funziona, diventa facile aggrapparsi alla nostalgia, e così l’America di quegli anni venne colpita da una febbre nostalgica, che puntava dritta verso quella che era percepita come un’epoca d’oro, in cui la vita era più semplice: i Cinquanta. Tempi in cui l’economia tirava, e i giovani sembravano più innocenti, attenti all’amicizia e alla famiglia. Si trattava di un mito artefatto, certo, ma non importava: Grease prima e American Graffiti dopo avevano indicato la strada, i network televisivi avevano preso nota.

Provarono dunque a cavalcare quell’onda nell’autunno del 1974, anche se, a dirla tutta, le premesse non erano delle migliori: una modesta sitcom chiamata Happy Days, che non aveva grandi frecce al suo arco. C’era il giovane attore Ron Howard, che aveva ottenuto una certa popolarità già da bambino con l’Andy Griffith Show, un gruppo di altri attori ventenni poco noti, e un paio di caratteristi di esperienza. Però, a ideare quella serie c’era un autore con una capacità più unica che rara di intercettare gusti ed esigenze del pubblico: Garry Marshall.

Marshall aveva iniziato la sua carriera da autore comico, scrivendo battute per il Tonight Show. Da lì era arrivato ad alcune delle più importanti sitcom della televisione degli anni Sessanta, da The Dick Van Dyke Show a The Lucy Show. Il passo successivo sarebbe diventato la sua creazione più popolare (ex aequo con il suo sesto film da regista, Pretty Woman).

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Happy Days, 50 anni dopo

Telegiornale 25.12.2023, 20:00

Happy Days rimase in onda per dieci anni e generò sette spin-off, tra cui grandi successi come Laverne & Shirley e (soprattutto) Mork & Mindy. Questi prodotti, nonostante ai nostri occhi sembrino ancora incredibilmente ingessati, erano in realtà assai meno rigidi – per quanto riguarda struttura, argomenti trattati e sceneggiatura – rispetto ai grandi successi del decennio precedente. Ed erano la definizione perfetta di intrattenimento popolare: divertenti, universali e – perché no – inoffensivi. Se volete, erano comfort tv prima che esistesse l’idea della comfort tv: opposta alla peak tv dei grandi budget, del tono adulto, delle idee complesse.

Ma forse sarebbe meglio dire che Happy Days era anche, già, peak: solo, in un altro senso. Lo era perché raffinatissima proprio nella ricerca della battuta, della narrazione, della morale più “larghe” possibile. Marshall, del resto, amava dire: «Credo che la televisione fosse, e sia tuttora, l’unico medium che può davvero raggiungere il minimo comune denominatore per tutti noi che formiamo la società, e intrattenere quelle persone che magari non possono permettersi un film o uno spettacolo teatrale. Quindi, perché non dovremmo provare a raggiungerle, e farlo bene?». Difficile dargli torto. Soprattutto oggi, che possiamo toccare con mano l’incredibile persistenza delle sue storie, che certo hanno un aspetto vintage, ma sono ancora buone oggi, oltre i tempi e le mode. Come un vecchio giubbotto di pelle nero.

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