Giorgio Pasotti, volto noto del cinema e della televisione italiana, in occasione della presentazione del suo secondo romanzo Ora (Ribalta Edizioni), ha raccontato la sua passione per la scrittura. Che non è certo nuova: «Nasce da ormai qualche anno. Mi sono cimentato prima in soggetti cinematografici, poi in quelli teatrali, e poi con un primo romanzo, che era molto autobiografico. Poi c’è stata una pausa in cui ovviamente ho dovuto dedicarmi al mio lavoro principale, quello di attore. E poi nel tempo sono arrivato a questo secondo romanzo, che inizialmente doveva essere un soggetto per un film… chissà, magari lo diventerà dopo».

Giorgio Pasotti: Ora parla delle cosiddette “grandi dimissioni”, che abbiamo scoperto subito dopo quel periodo orribile della pandemia: subito dopo essere stati segregati per anni in casa, molti professionisti hanno deciso di cambiare radicalmente la propria vita, sterzare a 180 gradi per fare qualcosa di diverso. La concezione del tempo che stava passando, reso evidente dalla pandemia, li ha spinti a cambiare la loro vita – e anche quella dei loro familiari – per andare incontro a un’esigenza che era già latente in loro, e che è emersa subito dopo questo periodo. Ho preso questo spunto per raccontare la storia di questo avvocato milanese rampante che a un certo punto – veramente dall’oggi al domani – decide di abbandonare lo studio e cambiare radicalmente vita: va in montagna, compra un maso e inizia un nuovo percorso, stravolgendo le sue abitudini – e anche quelle di sua figlia, della sua ex compagna, la sua vita.
Il suo primo romanzo era scopertamente autobiografico. In questo invece, quanto c’è di autobiografico, al di là dell’insonnia del protagonista?
Veramente poco. Non sono un avvocato, per fortuna. La storia è nata invece da un amico, con il quale tra l’altro io scrivo tutti i miei film, Federico Bacco. Lui è stato un avvocato e ha rinunciato alla professione, decidendo di cambiar vita. Lo spunto l’ho preso quindi dalla non dalla mia vita, ma da quella di una persona che mi è molto vicina. Poi mi sono immaginato quello che poteva essere…
Il libro parla della nostra concezione del tempo, che, ricordiamolo, è una cosa molto democratica: non si può comprare, non si può estendere il tempo che ci è dato a disposizione. Il protagonista del mio libro decide semplicemente di gestirlo, di consumarlo nella maniera che crede essere migliore per lui.
Ora parla inevitabilmente di bilanci di vita. A proposito, se volessimo entrare nella sua: c’è un film a cui è magari più affezionato, e uno invece che magari non rifarebbe?
È difficile… a volerne scegliere uno, un film a cui sono molto legato è uno che ho girato proprio a Lugano: Quale amore, di Maurizio Sciarra, tratto da Sonata a Kreutzer di Tolstoj. Mi ha fatto scoprire quest’angolo meraviglioso della Svizzera, che prima non conoscevo: conoscevo la Svizzera turistica, quella delle mete di montagne dove uno va a sciare…
L’importante è che non si sia fatto, di Lugano, la stessa idea del personaggio di Vanessa Incontrada nel film, e cioè che sia «un posto da pensionati».
Tutt’altro: con l’età ho maturato la convinzione che sia veramente un posto meraviglioso per vivere.
E il film che magari non rifarebbe? So che questa non è una domanda che piace agli attori, di solito.
Non piace, assolutamente… ma diciamo che fortunatamente non ce n’è uno che non rifarei, perché anche quelli che – come dire – ho sbagliato a fare mi hanno insegnato qualcosa. Credo sempre che si impari molto di più dalle esperienze negative che da quelle positive, soprattutto chi fa il mio mestiere: per gli artisti è molto importante avere anche dei momenti di sofferenza, sono momenti che diventano creativi.
Ci racconta il suo terzo film da regista, che è in lavorazione proprio in questi mesi?
Dunque, il tema del film è il lavoro, che è un tema molto caldo: oggi in Italia stiamo vivendo un periodo in cui è molto difficile riuscire a ottenere un posto di lavoro di alto profilo, e chi ce l’ha fa di tutto per tenerselo; quindi, si è instaurata una sorta di battaglia tra chi vuole un lavoro e chi non lo vuole mollare. Si è alzato molto l’asticella della competitività, quella della violenza con la quale si cerca di ottenere il lavoro che si vuole… al tempo, stesso chi lo offre è diventato molto esigente. Il film racconta ad esempio come vengono assunti i top manager all’interno delle multinazionali, dove fanno questi colloqui molto feroci, che indagano nell’intimo delle persone… mi interessava approfondire il discorso anche sui piani alti del mondo del lavoro, perché chi gestisce l’economia sembra spesso vivere un’esistenza tutta rose e fiori, ma in realtà poi, guardando meglio, si scopre che queste persone devono attraversare prove davvero feroci.






