Le previsioni sul suo potenziale successo non erano delle più favorevoli. Un budget elevatissimo per un’opera originale, scritta in soli due mesi (per stessa ammissione del regista Ryan Coogler); un cast composto in larga maggioranza da minoranze e – a parte Michael B. Jordan – privo di grandi nomi; un film sui vampiri che miscela generi cinematografici apparentemente inconciliabili girato in IMAX 70mm (formato solitamente riservato ai kolossal). In molti erano pronti a scommettere che nemmeno il re Mida di Hollywood avrebbe potuto evitare un disastro annunciato, l’ennesimo segnale della crisi dello studio system. E invece Sinners ha ribaltato ogni pronostico. Ai Golden Globes ha conquistato il premio per il Miglior Risultato al Cinema e al Box Office. E soprattutto ha incassato 368 milioni di dollari a fronte di un budget di 90: un trionfo commerciale e critico che ha sorpreso perfino i suoi sostenitori più ottimisti.
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La trama è essenziale: nel 1932 i gemelli Moore tornano nella città natale per aprire un juke joint con i soldi sottratti ad Al Capone. Ma la serata inaugurale viene sconvolta dall’irruzione di forze soprannaturali evocate dalla musica blues. Da quel momento i fratelli si ritrovano intrappolati in una lotta che intreccia passato criminale, leggende oscure e minacce vampiriche. Un racconto costruito su un terreno storico complesso: il Mississippi dell’era Jim Crow, dove la violenza non era eccezione, ma un dato quotidiano.
Il trionfo del film nasce anche dal suo coraggio formale. Sinners è sì un survival horror, ma anche un musical, un gangster thriller e un film storico, ma soprattutto è un’opera che interroga il modo in cui la cultura nera è stata sfruttata, repressa e poi consumata dall’immaginario dominante. La colonna sonora diegetica non è un semplice accompagnamento: è un archivio politico. Il blues diventa il luogo in cui si sedimentano traumi, memorie e resistenze. In una delle sequenze più potenti, il brano I Lied to You apre una frattura temporale che mette in contatto i protagonisti con antenati e discendenti, ricordando che la cultura non è un ornamento, ma un’eredità viva che attraversa i corpi.
È proprio questa vitalità a richiamare i vampiri del film, attratti dal blues come da una risorsa da estrarre e possedere. Qui Sinners compie il suo gesto più politico: trasforma il vampirismo in una metafora della logica coloniale, della predazione culturale, della capacità del potere bianco di nutrirsi della creatività altrui per rafforzarsi. L’assedio allo stabile diventa la rappresentazione di un processo storico reale: la sottrazione sistemica di linguaggi, musiche, simboli e identità, svuotati del loro significato originario e rimodellati secondo uno sguardo dominante.
Coogler ribalta così uno dei luoghi comuni più radicati dell’horror: il mostro non è l’Altro, ma chi ha esercitato dominio, violenza e appropriazione. E lo fa senza moralismi, usando il genere per rendere visibile ciò che spesso resta implicito: che la paura non nasce dall’ignoto, ma da ciò che la storia ha già mostrato.
Sinners funziona perché non si limita a intrattenere. Interroga il rapporto tra cultura e potere, tra memoria e mercato, tra identità e rappresentazione. Ricorda che la cultura nera non è un repertorio da saccheggiare, ma un territorio conteso, vivo, resistente. E dimostra che il pubblico sa riconoscere quando un film non si limita a evocare un immaginario, ma restituisce dignità a chi quell’immaginario lo ha creato.
Sinners
Babylon’s burning 21.07.2025, 19:35
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