Oggi, 13 giugno 2026, il mondo della filosofia piange la scomparsa di Luisa Muraro (Montecchio Maggiore, 14 giugno 1940), una delle sue voci più originali e influenti. Probabilmente non avrebbe amato che si parlasse di lei, nemmeno oggi, il giorno della sua morte. Perché Muraro, docente di filosofia teoretica all’Università di Verona, attiva protagonista negli studi sul pensiero femminista, tra le fondatrici di Diotima (la comunità filosofica femminile nata nel 1983) e della Libreria delle donne di Milano, era fatta così. La sua grandezza risiedeva anche in una profonda volontà di farsi da parte, in una predilezione insomma per l’ascolto rispetto alla ribalta. Non era inusuale che, chiamata a parlare in una conferenza, scegliesse di sedersi di lato, non al centro del tavolo, e se qualcuno le chiedeva una dedica su un suo libro, la concedeva scrivendo semplicemente il nome e il suo cognome. Nulla di più, nessun pensiero dotto, nessuna citazione erudita.
Del resto, non è facile trovare nel pensiero di Muraro una progettualità rigidamente cercata. Come ha scritto Giancarlo Gaeta sul Manifesto circa un anno fa, chi è Luisa Muraro l’ha raccontato lei stessa in una conversazione con Clara Jourdan del 2003, pubblicata nei «Quaderni di via Dogana» (Esserci davvero, Libreria delle donne, Milano, pp. 244). Muraro riferisce del suo itinerario intellettuale e delle scelte esistenziali attribuendole a una sua disposizione ad affidarsi alle occasioni, agli incontri, più che a una progettualità fermamente perseguita. E’ questa sua apertura all’imprevisto e agli incontri che ha plasmato un itinerario intellettuale unico, lontano appunto dalle rigidità accademiche e insieme sempre attento alle sfumature dell’esperienza. Al di là di una filosofia che si fonda sul pensiero della differenza sessuale - ovvero una prospettiva teorica che parte dalla convinzione che l’essere umano sia originariamente diviso in due sessi (maschile e femminile) e che l’uguaglianza omologante tra i due generi sia un tentativo di cancellare l’identità femminile - Muraro è stata tante altre cose assieme e nello stesso tempo, semplicemente questa cosa sola: «Io sono una che scrive sempre», diceva di sé.
Chi è stata allora Muraro se guardiamo i suoi scritti, ad esempio “L’ordine simbolico”, “Il Dio delle donne”, “Non è da tutti” ed anche “La signora del gioco” e “Guglielma e Maifreda”? È stata anzitutto una filosofa e teologa che ha messo in pagina storie di donne a tratti dimenticate, il cui pensiero ha avuto anche una teorizzazione nel suo indimenticato “Il Dio delle donne”. Donne ai margini, dunque, come sono e sono state molte mistiche, da lei amate. Fra queste Margherita Porete, Matilde di Magdeburgo, Hadewijch di Anversa, Giuliana di Norwich, Angela da Foligno e poi mistiche più recenti come Teresina di Lisieux, donne attraverso le quali Dio trovava una sua nuova voce, femminile, appunto «la possibilità di un nuovo inizio di Dio».
“Il Dio delle donne” uscì nei primi anni Duemila (Papa Francesco non era che un lontano miraggio) e scandalizzò non poco parte dell’universo maschile credente per l’importanza che diede alla differenza femminile e per lo spirito di libertà che lo animava: «Le donne - scrisse - si prendono con Dio una libertà che gli uomini neanche si sognano». Solo i grandi pensatori, come senza ombra di dubbio è stata Muraro, sanno inventare una teologia in lingua materna, rinunciando alle sicurezze della dottrina affinché «Dio possa capitare a questo mondo», aprendo così nuove strade alla libertà del pensiero femminile.
Ma le femministe sanno ridere?
Alphaville 10.03.2026, 11:45
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