Il libro

Il ritorno di Bonhoeffer nell’epoca del Dio onnipotente

Un testo mai tradotto di Paul Ricoeur rilancia la teologia del Dio fragile e vicino all’uomo

  • Oggi, 14:00
Dietrich Bonhoeffer, teologo protestante tedesco, oppositore del nazismo e vittima del regime
13:41

Il ritorno di Bonhoeffer

RSI Cultura 31.03.2026, 08:47

  • 29.03.2026 - Chiese in diretta - Gaëlle Courtens e Luisa Nitti
Di: Rod 

Ventuno anni dopo la morte di Dietrich Bonhoeffer, teologo protestante tedesco, oppositore del nazismo e vittima del regime, il filosofo francese Paul Ricoeur tornava a riflettere su alcuni nodi centrali del suo pensiero. Lo fece nel 1966, in una conferenza dedicata all’«interpretazione non religiosa del cristianesimo», ora tradotta per la prima volta in italiano da Morcelliana. Con Ilario Bertoletti, curatore e traduttore del volume, Chiese in diretta ha discusso l’attualità di Bonhoeffer e il modo in cui Ricoeur vide nella sua teologia una risposta radicale alla sfida nietzscheana del «Dio è morto». A morire, secondo Bonhoeffer, non è il Dio di Gesù Cristo, ma il Dio «tappabuchi» della religione tradizionale: onnipotente, distante, funzionale a colmare le paure dell’uomo.

Oggi, osserva Bertoletti, assistiamo al ritorno di quel Dio onnipotente, il «Dio degli eserciti», tanto in Oriente quanto in Occidente. Un Dio invocato nei conflitti e nelle retoriche identitarie, che oscura il Dio debole e solidale annunciato dal cristianesimo. «Il Dio onnipotente è più che mai operante nel mondo, a scapito del Dio debole di Cristo», afferma.

Eppure, nel luglio 1944, dal carcere berlinese di Tegel, Bonhoeffer scriveva parole di tutt’altro tenore: «Dio si lascia cacciare fuori dal mondo sulla croce. Dio è impotente e debole nel mondo. E appunto solo così Egli ci sta a fianco e ci aiuta». Meno di un anno dopo sarebbe stato ucciso dai nazisti, a soli 39 anni. Quelle parole, tuttavia, continuano a interpellare: come può Dio essere debole, persino espulso dal mondo? È il pensiero disperato di un prigioniero o la traccia di una teologia capace di prendere sul serio la morte di Dio annunciata da Nietzsche?

Vent’anni più tardi, Ricoeur affrontò questi interrogativi nella conferenza ora pubblicata. Filosofo dell’ermeneutica e protestante impegnato, Ricoeur si confrontò a lungo con la teologia del Novecento (da Barth a Bultmann, fino a Bonhoeffer) pur rivendicando un «agnosticismo teologico-filosofico», cioè l’autonomia del pensiero filosofico rispetto alla fede. Negli anni Sessanta, mentre il dibattito culturale ruotava attorno alla morte di Dio, Ricoeur arrivò a questi temi attraverso il confronto con la «scuola del sospetto»: Marx, Nietzsche e Freud. La sua ermeneutica rispondeva alle loro critiche alla religione, interrogando la possibilità stessa di un discorso teologico credibile.

È in questo clima che il pensiero di Bonhoeffer torna centrale. Nelle Lettere dal carcere, il teologo aveva scritto: «Stiamo andando incontro a un tempo completamente non religioso». Per lui, religione significava soprattutto metafisica: un Dio onnipotente, garante dell’ordine del mondo, e un cristiano ripiegato sulla propria interiorità. Ma questo Dio, sostiene Bonhoeffer, non regge più di fronte alla modernità, alla tecnicizzazione, alla secolarizzazione.

La sfida, allora, è annunciare il Dio di Gesù Cristo a un essere umano che potrebbe farne a meno. Un cristianesimo non religioso non è un cristianesimo svuotato, ma un cristianesimo liberato dal Dio tappabuchi, capace di cogliere l’essenza della fede: un Dio che entra nella storia, che soffre, che si espone alla debolezza. «Muore il Dio della metafisica, nasce il Dio di Cristo», sintetizza Bertoletti.

Questa intuizione non può essere separata dalla biografia di Bonhoeffer. Arrestato nel 1943 per aver aiutato ebrei perseguitati, coinvolto nella resistenza clandestina, elaborò la sua teologia mentre viveva sulla propria pelle la violenza del potere. Il suo cristianesimo non religioso non è un esercizio teorico, ma una fede che rifiuta di rifugiarsi nelle questioni ultime per affrontare invece il cuore della vita, con le sue contraddizioni e responsabilità.

Per Bertoletti, l’attualità di Bonhoeffer sta proprio qui: distinguere tra religione e fede. Oggi sembra prevalere di nuovo il Dio della religione (politico, identitario, rassicurante) a scapito del Dio della fede, il Dio che si dona e si espone. Lo si vede nella retorica religiosa che accompagna le guerre in molte parti del mondo, con i discorsi politici che rivendicano un mandato divino.

L’eredità di Bonhoeffer, morto per la sua scelta di resistere al nazismo, è una chiamata esigente: incontrare Dio non ai margini dell’esistenza, ma nel suo centro tumultuoso. Un Dio vicino, incarnato, che non sottrae alla complessità della vita ma la condivide. Un Dio che, proprio nella sua debolezza, invita l’essere umano a non fuggire dalla propria responsabilità nel mondo.

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