Ricerche

Attraversare le soglie della vita e tornare a raccontarlo

L’indagine di una psicoterapeuta sulle esperienze ai confini della morte

  • Oggi, 14:00
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Di: Roberto Italo Zanini, giornalista, ha lavorato alla redazione cultura di Avvenire. Si occupa di società e comunicazione religiosa.

Passare la soglia della morte, ma non morire. Entrare in coma, morire solo in apparenza e poi tornare e, una volta tornati, raccontare... Sono quelle singolari vicende chiamate esperienze di pre-morte. Non sono rarissime e da quando se n’è occupato il medico e psicologo statunitense Raymond A. Moody, con un famoso libro uscito nel 1975, La vita oltre la vita, godono di una vasta letteratura di testimonianza, spesso accompagnata da statistiche, sistematizzazioni storiche, religiose e culturali oltre che da ricerche medico-scientifiche. Sono conosciute come “nde”, acronimo di near death experience. Casi noti fin dalla notte dei tempi, descritti nei miti greci, testimoniati da santi e monaci dei primi secoli cristiani come Gregorio di Tours e Beda il Venerabile, a volte considerati fenomeni mistici e persino dipinti da artisti come Hieronymus Bosch.

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L’ invisibile

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  • Courtesy: Mauro Frigerio
  • Mauro Frigerio

La cosa interessante è che questi avvenimenti molto personali, pur raccontati nei millenni e in culture distanti fra loro, si assomiglino un po’ tutti anche nel dettaglio dei particolari. Vi è la presenza di una luce diffusa, di profumi soavi, musiche e canti melodiosi in tutto simili, per esempio, a quelli che ci hanno fatto conoscere mistiche medievali come Ildegarda di Bingen e Caterina da Bologna. Un mondo armonioso a cui spesso si accede guidati da esseri luminosi, percorrendo un tunnel o una valle oscura. Il contesto è tante volte descritto come un prato fiorito, popolato da persone accoglienti, non di rado sconosciute, identificate come defunti, la cui identità e il motivo della loro presenza, può capitare che si sveli in seguito, tornati in vita. Molti raccontano di aver provato il peso delle loro azioni e il desiderio di ripararne i danni. In tutti i casi, a esperienza conclusa, permane (come è accaduto a chi scrive) una profonda e indelebile serenità, accompagnata da un rapporto molto più sereno con la morte. Da annotare, infine, che le “nde” sono slegate da precedenti esperienze di fede e lasciano ampia libertà riguardo a questa scelta. Per chi aveva fede, tuttavia, si traducono in una rocciosa conferma.

Un recente libro della psicoterapeuta Marzia Pileri (Una finestra sull’aldilà. Cronache dalla vita oltre la vita, edizioni La Parola) autrice di altri lavori su questo tema ed esperta di meditazione profonda, oltre a portare nuove testimonianze, ha il merito di indagare gli elementi di relazione fra le “nde” e la cultura occidentale. Non trascura la ricerca scientifica e le connessioni con la fede, in particolare quella cristiana. Ne emerge, quasi a sorpresa, un sostanziale contrasto fra la frequenza di questi eventi e il loro scarso peso nelle relazioni e nella struttura della nostra società.

Secondo gli studi di Pileri negli ultimi decenni circa il 5% della popolazione in Occidente avrebbe avuto una qualche esperienza di “nde”. Questo soprattutto perché le recenti tecniche di rianimazione e di terapia intensiva, i tanti incidenti stradali e le numerose anestesie prolungate costituiscono evidenti moltiplicatore per simili eventi. Stiamo parlando, quindi, di milioni di persone ed è facile chiedersi perché alla straordinarietà di quel che è loro accaduto non corrisponda un movimento di pensiero e non si registri un’incidenza socio-culturale. Da psicoterapeuta, l’autrice registra fra i primi motivi un diffuso senso di inadeguatezza di fronte alla grandezza di quanto accaduto, la presunta incapacità di trovare parole adeguate per descriverlo, ma anche il ritenere di non essere credibili. Insomma, in una società che ideologicamente si oppone a qualunque forma di mistero spirituale, si ritiene di non essere creduti, di venire derisi o presi per matti. C’è persino chi giunge a dubitare di quel che ha vissuto e così finisce per privarlo della sua originalità e quindi di ogni significato concreto per la propria esistenza. Per gli stessi motivi o per pudore, la maggioranza di coloro che traggono giovamento dalla loro “nde” preferiscono raccontarla solo alla ristretta cerchia di persone da cui ritengono d’essere capiti.

Qualunque sia la nostra interpretazione delle “nde”, dal lavoro di Pileri emerge evidente che i racconti di queste esperienze propongono una realtà fortemente critica degli stili contemporanei. Mostrano, cioè, un mondo governato da un disegno d’amore percepito come desiderabile e universale, al punto di considerare un inutile spreco di energie quanto fatto e realizzato nella vita al di fuori di questo disegno. E cosa dire dei racconti di chi, come spesso capita, si è visto allontanarsi dal proprio corpo senza percepirne la nostalgia? Da quel corpo che sembrava tutto, che era stato curato, palestrato, truccato, tatuato, siliconato, mostrato con orgoglio e usato per i propri successi, e che in quel momento stava lasciando senza provare alcun dolore... Insomma, che sia trascendenza o autocoscienza è davvero difficile non chiedersi se stiamo facendo le scelte giuste.

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  • © Cristina Ferrari

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