Buddismo e dintorni

La lezione che cambia la vita

L’arte di accogliere gli eventi così come sono, senza resistenza né lotta, evitando la sofferenza aggiunta

  • Un'ora fa
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Di: Mat Cavadini 

Si racconta che, nei tempi antichi, i maestri spirituali osservassero il mondo come si osserva un fiume: senza fretta, lasciando che ogni cosa scorresse secondo il proprio ritmo. Nulla veniva forzato, nulla veniva anticipato. Ogni evento aveva il suo tempo, ogni incontro la sua stagione, ogni ostacolo la sua necessità. In quel mondo, la realtà non era un avversario da piegare, ma un insegnante da ascoltare. È in questo orizzonte che nasce kṣānti, la pazienza profonda del buddhismo: la forza tranquilla che nasce dal non opporsi alla realtà. Non perché tutto vada bene, ma perché la realtà, in quel momento, non può essere che così.

È un’idea che disarma. Siamo abituati a pensare che la pazienza sia un’attesa passiva, un trattenersi. Ma la pazienza spirituale è un atto attivo, un gesto di presenza. Significa smettere di lottare contro ciò che non dipende da noi, per concentrare le energie su ciò che possiamo trasformare. Come recita un antico insegnamento zen: «La neve cade. Non chiede il permesso». La pazienza non è accettare la neve: è accettare che la neve cada anche se non lo vogliamo.

Questa forma di accettazione non è fatalismo. È un modo diverso di stare nel mondo. Quando smettiamo di opporci continuamente a ciò che accade, qualcosa si allenta dentro di noi. La mente non è più un campo di battaglia, ma un luogo in cui gli eventi possono depositarsi senza travolgerci. La pazienza diventa allora una forma di libertà: la libertà di non reagire immediatamente, di non essere trascinati dal primo impulso, di non confondere l’urgenza con l’importanza.

Nelle parole del maestro tibetano Shantideva, «la pazienza è l’armatura che nessuna ferita può attraversare». Non perché protegga dal dolore, ma perché ci permette di non aggiungere sofferenza alla sofferenza. La realtà può ferire; la nostra resistenza alla realtà ferisce due volte. La pazienza, invece, scioglie il secondo colpo.

Nel Sallatha Sutta, il Buddha spiega che nella vita siamo colpiti da una prima freccia, quella del dolore inevitabile: la perdita, la malattia, l’imprevisto, la morte, ciò che non dipende da noi. Ma subito dopo, dice il Buddha, l’uomo non addestrato «si colpisce da solo con una seconda freccia». È la freccia che nasce dalla resistenza: il “non dovrebbe accadere”, il “perché proprio a me?”, il tentativo di opporsi a ciò che è già accaduto. La pazienza, nella sua forma più profonda, consiste proprio nel non scoccare questa seconda freccia, nel non trasformare le difficoltà in nemici personali.

In questo senso, la pazienza non è un esercizio di sopportazione, ma di lucidità. Lo ricorda Tsongkhapa, nei suoi commentari al Bodhicaryāvatāra e nel Lamrim Chenmo: «Quando sorge un ostacolo, considera che non potrebbe essere altrimenti. È la natura delle cose. Comprenderlo è la radice della pazienza». Non è un invito alla passività, ma alla libertà: la libertà di non aggiungere resistenza a ciò che già è difficile. Accettare ciò che accade non perché ci piaccia, ma perché, in quel momento, non può essere che così.

C’è una dimensione ancora più sottile: la pazienza come forma di amore. Amore per ciò che è imperfetto, incompleto, in divenire. Amore per gli altri, che non possono essere diversi da ciò che sono in questo momento. Amore per noi stessi, che non siamo ancora come vorremmo (saggi, liberi, illuminati). La pazienza è la gentilezza applicata al tempo. È la capacità di concedere a ogni cosa il ritmo che le è proprio. «Le cose maturano quando maturano», dice un proverbio zen. E noi maturiamo con loro.

In un mondo che ci vuole veloci, la pazienza è un atto di resistenza spirituale. In un mondo che ci vuole performanti, è un atto di umanità. In un mondo che ci vuole sempre un passo avanti, è un ritorno al presente. Non ci chiede di non cambiare il mondo, ma di non combattere contro ciò che non può essere cambiato .

Forse il compito che ci attende è proprio questo: imparare a dire sì alla realtà, anche quando non coincide con i nostri piani. Perché solo quando smettiamo di opporci a ciò che è, possiamo vedere con chiarezza ciò che può diventare. La pazienza è abitare il tempo. È accettare che ogni cosa accade nel momento in cui può accadere. E che, fino ad allora, il nostro compito è semplicemente questo: restare presenti, respirare, e lasciare che il karma si consumi, facendo buone azioni.

19:24
Semaforo rosso anche per UBS, nella foto la sede di New York, e Credit Suisse

Pazienza

Tra le righe 28.01.2025, 14:30

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