Armageddon

Quando l’Apocalisse diventa retorica

L’Apocalisse, nata come svelamento spirituale, è divenuta un potente strumento politico. Dalla tradizione biblica alla retorica contemporanea, il suo significato si è trasformato in chiave geopolitica

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Di: Alphaville/Mat 

Oggi la parola “apocalisse” è ovunque: nei discorsi politici, nei media, nella retorica militare. Viene evocata per descrivere attacchi imminenti, minacce globali, scontri di civiltà. È diventata una breccia linguistica per spaventare, mobilitare, giustificare. Eppure, come ricorda Gianluca Marletta, «Apocalisse e fine dei tempi in origine erano concetti spirituali, non politici e nemmeno militari». La distanza tra il significato originario e quello attuale è il risultato di un lungo processo storico e culturale.

L’idea di una fine del tempo esiste in molte tradizioni religiose, ma è con le religioni abramitiche che assume un carattere peculiare. A differenza delle visioni cicliche dell’induismo, dove la fine di un’era è solo una fase di un ciclo più ampio, il monoteismo introduce una storia lineare: un inizio e una fine assoluta. «Le religioni monoteiste, cristianesimo e Islam in particolar modo, hanno enormemente enfatizzato il significato della fine di questo tempo», osserva Marletta. La fine non è più un passaggio, ma un evento definitivo.

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La costruzione dell’apocalisse

Alphaville 14.04.2026, 11:45

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  • Enrico Bianda ed Elisa Rossello

Nel contesto biblico, però, “apocalisse” non significa distruzione. Deriva dal greco apokalypto: svelare. L’Apocalisse di Giovanni si apre infatti come «svelamento del Signore Gesù Cristo». Marletta insiste: il termine indica «il sollevare un velo», non una catastrofe. È un concetto luminoso: «finalmente si fa luce sulla storia, sugli uomini, sui significati». L’apocalisse è rivelazione, non annientamento.

Eppure, ogni rivelazione porta con sé una crisi. Lo svelamento implica la caduta delle illusioni, la fine degli ordini costituiti, una trasformazione radicale dell’umanità. È questo lato traumatico che, nel corso dei secoli, ha preso il sopravvento. Dalla Peste Nera in poi, l’immaginario collettivo ha progressivamente accentuato gli aspetti più cupi e distruttivi. La catechesi medievale, sempre più centrata sull’Inferno e sui tormenti post‑mortem, ha contribuito a oscurare la dimensione luminosa dell’apocalisse.

Questa trasformazione ha trovato un terreno particolarmente fertile nel mondo protestante, soprattutto negli Stati Uniti. Qui il messaggio apocalittico si è caricato di un’enfasi nuova, concentrata sulla tribolazione e sulla devastazione. La cultura popolare — dalla predicazione televisiva al cinema hollywoodiano — ha consolidato l’idea dell’apocalisse come sinonimo di catastrofe globale, cancellando quasi del tutto il suo significato originario di rivelazione.

Non sorprende, dunque, che la retorica politica americana attinga con facilità a questo immaginario. Il filone apocalittico è radicato nella storia religiosa degli Stati Uniti, alimentato da movimenti come gli Avventisti e i Santi degli Ultimi Giorni, nati tra Settecento e Ottocento. Da queste correnti deriva l’idea che la fine dei tempi sia imminente e che i credenti possano «attivamente partecipare al processo che porterà agli eventi finali». È una religiosità pragmatica, erede del calvinismo, che non separa successo materiale e destino spirituale.

Questo humus culturale è confluito nel moderno movimento evangelico, oggi influente anche nelle istituzioni politiche. Una sua corrente dominante, il dispensazionalismo, sostiene che il compimento dei tempi richieda il controllo ebraico dell’intera Terra Santa e la ricostruzione del Terzo Tempio di Gerusalemme — un progetto che implicherebbe la demolizione della Cupola della Roccia e della Moschea di Al‑Aqsa. È una visione che non si limita a interpretare la storia: la vuole accelerare.

In questo contesto, la retorica apocalittica di figure politiche contemporanee non è un’anomalia, ma l’esito di una lunga sedimentazione culturale. L’apocalisse, da svelamento spirituale, è diventata un linguaggio di potere, un codice geopolitico, un arma emotiva.

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