Il contributo

Tra storia e interiorità: il Natale oltre il tempo liturgico

Dal dibattito aperto da Marco Vannini emerge una domanda decisiva: la fede può vivere solo nell’esperienza interiore, o ha bisogno di radicarsi anche negli eventi che racconta? Tra Pasqua e Pentecoste, il confronto tra storia e simbolo torna centrale per capire cosa significa credere oggi

  • Oggi, 14:00
Particolare di un dipinto del XVI secolo intitolato “La Sacra Famiglia” e attribuito al Parmigianino

Particolare di un dipinto del XVI secolo intitolato “La Sacra Famiglia” e attribuito al Parmigianino

  • Keystone
Di: Don Giorgio Paximadi , Prof. di Esegesi dell’Antico Testamento - Facoltà di Teologia di Lugano

Il testo che segue presenta il contributo di don Giorgio Paximadi, scritto in risposta all’articolo di Marco Vannini, pubblicato su questo sito il 23 dicembre 2025 e intitolato Il Natale nell’era post-cristiana, un ritorno all’essenza. In questo intervento, l’autore propone una riflessione critica e approfondita sui temi sollevati da Vannini, offrendo una prospettiva alternativa sul significato del Natale nel contesto contemporaneo.

Tra Pasqua e Pentecoste, nel cuore del calendario cristiano, può sembrare curioso tornare a parlare di Natale. Eppure è proprio questo tempo, che mette al centro eventi come la morte e la resurrezione di Gesù, a rendere attuale la questione sollevata da Marco Vannini nel suo intervento natalizio pubblicato dalla RSI: che rapporto c’è, oggi, tra fede e storia? Nel suo testo, Vannini propone una lettura molto netta: il Natale non andrebbe cercato negli eventi del passato, ma dentro l’esperienza interiore. La nascita di Gesù diventa così soprattutto simbolo di una nascita spirituale che può avvenire in ciascuno.

È una prospettiva affascinante, coerente con i suoi studi sulla mistica, ma che solleva più di una domanda. L’articolo parte da un dato ormai condiviso: la collocazione del Natale al 25 dicembre è legata alla festa romana del Sol Invictus. Su questo punto non c’è molto da discutere, piuttosto, è interessante notare come il cristianesimo abbia costruito le sue feste anche attraverso un dialogo con il contesto culturale del tempo. Questo però non dice, di per sé, che tutto sia solo simbolo o costruzione. Il nodo centrale arriva però quando Vannini sostiene che la «storia della salvezza» sarebbe oggi riconosciuta come una costruzione mitica e che la fede si ridurrebbe, di fatto, a sentimento e immaginazione. Qui il discorso appare più discutibile. Gli studi biblici degli ultimi decenni hanno certamente cambiato il modo di leggere i testi: nessuno oggi li considera cronache nel senso moderno, ma questo non significa che il riferimento agli eventi sia diventato irrilevante.

Al contrario, molti studiosi insistono proprio su questo punto: il cristianesimo nasce attorno a fatti ritenuti reali, anche se interpretati. La predicazione di Gesù, la sua morte, l’esperienza dei discepoli dopo la Pasqua non sono semplici metafore dell’interiorità. Sono eventi che hanno dato origine a una tradizione, e che sono stati poi riletti e raccontati in chiave teologica. È vero, come implica Vannini, che la fede non può ridursi a un elenco di fatti. Ma nemmeno può diventare solo un’esperienza interiore. Quando si perde ogni riferimento esterno, il rischio è che la fede diventi qualcosa di puramente soggettivo, difficile da condividere e da distinguere da altre forme di ricerca spirituale.

La visione proposta nel testo si inserisce chiaramente nella tradizione mistica, da Giovanni della Croce a Angelus Silesius. Una tradizione importante, ma che rappresenta una delle tante voci del cristianesimo, non l’unica possibile. Assumerla come chiave generale rischia di semplificare un panorama molto più vario. D’altro canto, anche questi due autori, come tutti i grandi maestri della mistica cristiana, sono ben lontani dallo svalutare l’aspetto fattuale della rivelazione. Anche l’idea che la fede sia soprattutto risposta a un bisogno di consolazione coglie qualcosa di vero, ma non esaurisce il problema. Le motivazioni della fede sono diverse, e non tutte si lasciano ridurre a un meccanismo psicologico. Pensarla solo così rischia di essere una spiegazione troppo rapida. Il punto forse più delicato è l’alternativa proposta: passare «dalla storia all’essenza», lasciando da parte i fatti per concentrarsi sulla verità interiore.

Più che una sostituzione, però, la tradizione cristiana ha sempre cercato un equilibrio tra queste due dimensioni. Non solo interiorità, non solo storia, ma un intreccio tra le due. Lo stesso Vannini, del resto, riconosce che la nascita di Gesù è stata un evento reale. E cita Origene per parlare di una nascita che si ripete nell’anima. È un passaggio interessante, perché mostra come le due dimensioni possano convivere, senza escludersi. Rileggere oggi quel testo, nel tempo che va da Pasqua a Pentecoste, aiuta forse a mettere meglio a fuoco la questione. Se il cristianesimo continua a parlare di eventi — dalla croce alla resurrezione fino al dono dello Spirito — è proprio perché non rinuncia del tutto alla storia. Allo stesso tempo, però, quegli eventi chiedono sempre di essere interpretati e vissuti interiormente. Forse è qui che si gioca ancora la partita: non nello scegliere tra storia e interiorità, ma nel capire come tenerle insieme senza ridurre l’una all’altra. Anche perché, senza questa tensione, il rischio è duplice: o una fede che si svuota in racconto simbolico, o una fede che si irrigidisce in semplice ricordo del passato.

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Tempo dello spirito 19.04.2026, 08:00

  • Unsplash / Karsten Würth
  • Luisa Nitti

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