La morte di Biagio De Giovanni, avvenuta il 21 aprile, segna la fine di una stagione importante della cultura politica italiana ed anche europea. La sua vita, lunga quasi un secolo, è stata un intreccio continuo di impegno civile, ricerca filosofica e anche dialogo mai superficiale con il mondo protestante. Oggi lo ricordano la moglie Silvana Nitti, il figlio Michele e una vasta comunità di studiosi e lettori che ne hanno seguito il percorso intellettuale.
Nato a Napoli nel 1931, De Giovanni ha attraversato dall’interno le trasformazioni della sinistra italiana: dagli anni del PCI al passaggio al PDS e poi ai DS, sempre con uno sguardo critico e appassionato. Non era un militante qualunque, il suo rapporto con la politica si fondava su studio, riflessione e confronto costante con le grandi tradizioni del pensiero europeo. Questo lo portò a ricoprire ruoli di rilievo sia nel partito sia nelle istituzioni, fino all’esperienza al Parlamento europeo, dove contribuì al dibattito sull’integrazione comunitaria in una fase decisiva della sua storia.
Parallelamente, ha costruito una carriera accademica di grande prestigio. Filosofo politico, storico delle dottrine e studioso dell’Europa, ha insegnato in diverse università e ha guidato l’Istituto Orientale di Napoli come rettore, contribuendo a rafforzarne il profilo culturale. L’Accademia dei Lincei lo aveva accolto tra i suoi membri, riconoscendo la profondità del suo pensiero e la sua capacità di leggere il presente attraverso le grandi categorie della filosofia.
La sua produzione scientifica è ampia e attraversa diverse fasi della storia recente. Alcuni suoi libri hanno accompagnato generazioni di studenti nel tentativo di comprendere la crisi della sinistra e il tramonto delle categorie politiche del Novecento. Opere come La nottola di Minerva, Dopo il comunismo e A destra tutta sono diventate punti di riferimento per interpretare il passaggio d’epoca seguito alla fine del blocco sovietico.
Negli ultimi anni, la sua riflessione si era fatta più radicale e propriamente filosofica. Nei volumi dedicati a Kelsen, Schmitt, Croce e alla crisi della coscienza europea, De Giovanni indagava i fondamenti del potere, la sua legittimità e i limiti che una democrazia deve saper riconoscere. Non era un pensatore disposto ad accontentarsi di formule ereditate: cercava nuove chiavi per comprendere un mondo attraversato da populismi, semplificazioni e da un crescente impoverimento del dibattito pubblico.
Accanto al filosofo e al politico, c’era però un terzo De Giovanni, quello che per decenni ha dialogato con il protestantesimo italiano. La sua presenza ai campi di Ecumene e agli incontri promossi dalle chiese evangeliche non era episodica, ma espressione di un interesse autentico. Pur mantenendo una prospettiva laica, osservava con attenzione la vita teologica e culturale delle comunità protestanti, riconoscendone il ruolo nella storia europea e nella formazione della coscienza democratica.
I suoi interventi su riviste e pubblicazioni protestanti testimoniano un confronto serio, mai superficiale, con la tradizione della Riforma. Il dialogo con figure come Sergio Aquilante rivela una curiosità intellettuale rara, capace di attraversare confini confessionali senza pregiudizi. In un paese spesso segnato da contrapposizioni sterili tra laicità e religione, De Giovanni ha rappresentato un’eccezione preziosa: un interlocutore capace di ascoltare e comprendere.
Per questo la sua scomparsa non riguarda soltanto la cultura politica italiana. A perdere una voce autorevole è anche il mondo protestante, che in lui aveva trovato un osservatore attento, rispettoso e profondamente interessato alla propria storia e alle proprie sfide.
“Chi salva una vita, salva il mondo”: i Giusti per la democrazia
Laser 23.04.2026, 09:00
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