Oltretevere

La prima Pasqua di Leone: pace e critica al sistema globale

Dalla Messa del giovedi santo un messaggio chiaro sui conflitti, in continuità con Francesco, ma con uno stile più istituzionale

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Notiziario 31.03.2026, 22:00

Di: Paolo Rodari 

«Viviamo un’ora oscura della storia», ha detto Papa Leone al primo evento della sua prima Pasqua da Pontefice: la messa crismale, quella che si celebra la mattina del giovedì santo. Un messaggio ribadito e rinforzto la sera stessa nella messa in coena domini, la messa della lavanda dei piedi: «E’ una bestemmia quando l’uomo vuole vincere uccidendo».

Leone non è un Papa della prudenza. Le sue parole su un mondo «conteso tra potenze che lo devastano» non nascono dall’occasione, ma da una visione maturata nel tempo. Più che una presa di posizione dottrinale, è il riflesso di un percorso pastorale sviluppato in contesti in cui le dinamiche globali si traducono in effetti concreti su popolazioni e territori.

Per questo i riferimenti ai conflitti in corso - dall’Ucraina a Gaza, fino alla crescente tensione che coinvolge l’Iran e l’intero Medio Oriente - non suonano come un generico appello, ma rimandano piuttosto a una lettura strutturale: guerre e instabilità non come episodi isolati, ma espressione di equilibri costruiti su interessi contrapposti.

Dentro questo quadro, Leone affianca alla denuncia una richiesta precisa. I fedeli devono diventare «popolo nuovo, non di vittime, ma di testimoni». Non spettatori, ma soggetti attivi dentro la storia. È una linea che esclude tanto la rassegnazione quanto una religiosità puramente consolatoria, e che chiede invece responsabilità, esposizione personale, capacità di incidere.

Quando parla dell’ora oscura e invita a «diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte», il Papa tiene insieme analisi e proposta. Da una parte la constatazione della violenza: le città ucraine colpite, i civili di Gaza, l’instabilità che si addensa attorno all’Iran. Dall’altra l’idea di una presenza che non si limita a denunciare, ma prova a intervenire nella realtà.

È qui che emerge la continuità con Francesco. Non nello stile, certo - Leone ha riportato la lavanda dei piedi a San Giovanni in Laterano, Francesco l’aveva sempre celebrata in luoghi della sofferenza come le carceri - ma nei contenuti e nella formazione. Entrambi hanno maturato le loro esperienze pastorali in contesti segnati da squilibri, economici e politici, letti spesso come conseguenza di dinamiche globali guidate dall’Occidente. La loro sensibilità è comune: attenzione alle periferie, critica ai meccanismi che producono esclusione e conflitto, richiesta di una Chiesa meno autoreferenziale e più esposta.

La differenza sta nel linguaggio. Francesco ha privilegiato spesso interventi a braccio, diretti, immediati, con un registro capace di uscire dagli schemi. Leone appare invece più legato a testi preparati, costruiti anche attraverso il lavoro diplomatico e della Segreteria di Stato. Una comunicazione meno spontanea, ma non per questo meno incisiva.

La conclusione segue la stessa linea: non basta invocare la pace. Occorre mettere in discussione le condizioni che rendono possibili i conflitti. È qui che il pontificato di Leone si inserisce nella scia di Francesco: stessa diagnosi, stessa direzione, con uno stile diverso ma con un livello di incisività che resta elevato.

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