Cristianesimo

Scrivere perché si crede, il segreto di Flannery

La fede che accende la pagina: non un’etichetta da evitare, ma la sorgente ostinata da cui O’Connor lasciava sgorgare storie feroci e luminose, dove il mistero irrompe nella realtà

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Flannery O'Connor (1925–1964) è stata una delle voci più incisive della letteratura americana del XX secolo

Flannery O'Connor (1925–1964) è stata una delle voci più incisive della letteratura americana del XX secolo

Di: Rod 

«Scrivo come scrivo perché sono cattolica e non sebbene sia cattolica», disse Flannery O’Connor in una lettera inviata a una sconosciuta signora di Atlanta che le aveva a sua volta scritto, nel luglio del 1955. A dire che la sua fede non era messa da parte nella scrittura, ma ne era dichiaratamente il motore. Il contrario, insomma, di altri grandi scrittori che la propria fede hanno preferito tenerla in secondo piano, anche a motivo del non voler essere definiti, “qualificati”, in base ad essa. Fra i tanti, Susanna Tamaro che in una intervista concessa ad Antonio Gnoli su Repubblica, alla domanda «lei è cattolica?», rispose: «Detesto questa domanda, mi provoca un brivido». Perché? Perché, legittimamente, Tamaro non voleva essere “collocata”, etichettata nonostante si dichiari «credente e praticante».

La fede di Flannery O’Connor, dunque, grande scrittrice americana del Dopoguerra, irlandese di origine, morta a soli 39 anni (nel 1964) per un lupus eritematoso ereditato dal padre. La fede traspare in ogni suo scritto. Nei due romanzi “La saggezza nel sangue” e “Il cielo è dei violenti” e nei suoi diversi racconti, infatti, la realtà si apre al mistero, che sconquassa la vita quotidiana, portandola più in là del già saputo, ma sempre sotto una sua luce benevola, amica, vicina. È la luce di Dio, quel Dio conosciuto da O’Connor, da cattolica, nel Sud protestante, con quell’apertura alla redenzione nonostante tutto.

O’Connor parla del «realismo cristiano». E lo mette in pagina dichiaratamente. Nel realismo cristiano, la Chiesa, per lei è l’unica cosa capace di rendere sopportabile il mondo quando si fa cattivo, crudele. Non tutto il mondo ovviamente si riconosce nella fede cristiana. O’Connor lo sa, tanto da arrivare a definire, ancora nella lettere alla signora di Atlanta, «la nostra una generazione di galline senza ali che suppongo sia stato quello che Nietzsche intendeva dire quando disse che Dio era morto».

Quello che O’Connor voleva fare era scrivere romanzi cristiani. Da quel perimetro non voleva uscire. Il mondo è quello che è, spesso crudele, la fede, per lei, una luce, nella spietatezza.

(Qui di seguito la lettera che O’Connor scrisse alla signora di Atlanta, il 20 luglio del 1955)

Cara signorina A.,

ricevere la Sua lettera mi ha fatto estremamente piacere. Forse è più eccezionale per me trovare qualcuno capace di riconoscere il mio lavoro per ciò che esso veramente è che per Lei trovare uno scrittore «conscio di Dio» nelle vicinanze. La distanza che ci separa fisicamente (87 miglia) è sicuramente spiritualmente più breve.

Scrivo come scrivo perché sono cattolica e non sebbene sia cattolica; questo è un fatto che niente potrà mai oscurare così come niente potrà mai oscurare un’affermazione così schietta. Tuttavia, sono una cattolica particolarmente posseduta dalla coscienza moderna che Jung descrive come astorica, solitaria e colpevole; possedere tale coscienza all’interno della Chiesa è un po’ come portare un peso, il peso necessario per il cattolico consapevole; è, cioè, avere un sentimento della situazione contemporanea al suo ultimo stadio. Io credo che la Chiesa sia l’unica cosa capace di rendere sopportabile il mondo cattivo verso cui ci stiamo dirigendo e che l’unica cosa che renda sopportabile la Chiesa è il fatto che essa sia, in un certo modo, il corpo di Cristo di cui noi tutti ci nutriamo. Sembra inevitabile il fatto che si abbia da soffrire tanto a causa della Chiesa quanto per essa, ma se si crede nella divinità di Cristo si deve cercare di aver caro il mondo nello stesso tempo in cui si lotta per sopportarlo. Questo spiega la mancanza di amarezza nelle mie storie.

La nota sul New Yorker non solo era stupida ma anche senza firma; è il tipico caso in cui si rende evidente il fatto che il senso morale è stato geneticamente estirpato da certe categorie di popolazione così come geneticamente sono state fatte nascere galline senza ali per ricavarne più carne. La nostra è una generazione di galline senza ali che suppongo sia stato quello che Nietzsche intendeva dire quando disse che Dio era morto.

Sono terribilmente stanca di leggere recensioni che definiscono Un brav’uomo brutale e sarcastico. Le storie sono forti, è vero, ma sono forti perché non c’è niente di più forte o meno sentimentale del realismo cristiano (Un brav’uomo è difficile da trovare è la raccolta completa, ndr).

Credo che ci siano molte bestie schifose in viaggio adesso verso Betlemme per essere partorite e di aver soltanto riferito del procedere di alcune di esse e mi fa sempre sorridere vedere le mie storie descritte come storie dell’orrore perché il recensore ha sempre un senso dell’orrore sbagliato.

È stata molto gentile a scrivermi e per farLe capire quanto ho apprezzato il Suo gesto Le chiedo di volermi scrivere ancora. Vorrei tanto sapere chi è questa che capisce le mie storie.

10:50
"Il cielo e la polvere. Visioni e universi di Flannery O’Connor” di Benedetta Centovalli, con la collaborazione di Fernanda Rossini, Mimesis (copertina)

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