L’Intervista

Recalcati si racconta, il fiore che gli ha cambiato la vita

In una decadente scuola di periferia una giovane professoressa trasformò l’aula in un treno verso la letteratura e il desiderio di sapere

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Massimo Recalcati

Strada regina 03.01.2026, 18:40

Di: Francesco Muratori 

Massimo Recalcati, psicanalista e saggista, è stato «bocciato in seconda elementare», considerato un bambino «disagiato» e «incapace di apprendere», uno di quelli che la scuola di allora relegava ai margini perché non rientrava nei parametri della «normalità». Da quell’umiliazione infantile, consumata in una periferia milanese segnata dal dialetto e dagli zoccoli di legno dei compagni di cascina, nasce lo sguardo radicale con cui oggi lo psicoanalista rilegge la scuola, l’insegnamento e la figura del maestro nel suo nuovo libro, “La luce e l’onda. Cosa significa insegnare?” (Einaudi). Le riflessioni che seguono nascono da una lunga intervista rilasciata da Recalcati a “Strada Regina”, dove il dialogo con il conduttore diventa una vera e propria lezione pubblica sul senso dell’educare.

Nel racconto di Recalcati, la bocciatura non è solo una nota sul registro ma il frutto avvelenato di una relazione educativa fallita. In seconda elementare, di fronte a una maestra «milanese» che arrivava in periferia «con chiaro nervosismo», che fumava in classe e «ci guardava con odio», il bambino Massimo si «ammutina al sapere». L’episodio simbolico è una domanda in apparenza innocua: «Qual è la bellezza del fuoco secondo voi?». I bambini rispondono a modo loro, «perché è caldo», «perché riscalda le case», «perché serve per cucinare», ma la maestra li zittisce, li tratta da «stupidi» e decreta che «il fuoco è bello perché si muove», l’unica risposta ritenuta vera.

Per Recalcati, in quella scena si concentra la forma più insidiosa dell’ignoranza: il «cattivo maestro» che pretende di essere «proprietario della verità», che non tollera la pluralità delle interpretazioni e riduce il sapere a un enunciato da ripetere. La sua bocciatura in seconda elementare, «ero stato probabilmente uno degli ultimi bambini bocciati», racconta, nasce da questo rifiuto, da un «autismo muto e cieco» con cui Massimo decide: «Io da te non voglio più niente». In “La luce e l’onda” e nel precedente “L’ora di lezione”, Recalcati ritorna su questo trauma come contro/esempio della scuola viva: «La maestra che mi bocciò in seconda elementare non sapeva come si accende il fuoco». Questo ricordo è raccontato con una precisione quasi cinematografica, a sottolineare quanto quella ferita continui a lavorare nella sua teoria dell’educazione.

In “La luce e l’onda. Cosa significa insegnare?”, Recalcati definisce il maestro attraverso l’immagine della luce e della radura, rovesciando la logica della maestra del fuoco. Il maestro autentico è «una figura della luce»”: non colui che possiede la verità, ma chi «porta alla luce», «allarga l’orizzonte del nostro mondo» e apre uno spazio inedito in cui il sapere diventa esperienza di vita. La radura è la metafora che Recalcati usa per descrivere la scuola quando smette di essere solo un apparato di controllo: «Uno spazio che si apre nel fitto del bosco in cui noi siamo costretti a camminare», un improvviso varco di senso nel cuore dell’opacità quotidiana.

Nel libro, la scuola è attraversata da due anime: la «Scuola-dispositivo», fatta di burocrazia, valutazioni, adempimenti, e la «Scuola-radura», dove l’incontro con un maestro trasforma il sapere in desiderio. La luce e l’onda è «un elogio del maestro» e un tentativo di ridare dignità alla scuola come luogo di formazione e di resistenza alla superficialità del presente. In questo orizzonte, la bocciatura del bambino «considerato idiota» non è un dettaglio biografico, ma il punto da cui il pensiero di Recalcati si distanzia dalla scuola punitiva che «raddrizza le viti storte» e immagina una pedagogia capace di «amare la stortura» di ciascuno.

Accanto alla luce, la seconda grande immagine del libro è quella dell’onda. Recalcati spiega che l’apprendimento vero non avviene nella «piscina» protetta in cui si ripetono i gesti tecnici del nuoto, ma nel mare aperto, quando il maestro «ci spinge verso l’onda» e l’urto con la realtà ci costringe a inventare «un nostro stile». L’onda è il momento in cui l’allievo si misura con qualcosa che resiste, con una differenza che non può essere pareggiata e che lo obbliga a far proprio il sapere ricevuto, a «riaprirlo, reinventarlo», come sintetizzano le note editoriali del volume.

In questo senso, «ogni maestro deve essere anche difficile», dice Recalcati, citando Pasolini: non può limitarsi a proteggere l’allievo ma deve metterlo alla prova, esporlo al rischio del non sapere, all’incertezza che lo obbliga a crescere. L’onda è metafora della vita stessa: non esiste formazione «in piscina», cioè in un contesto sterilizzato, privo di rischi; la formazione accade «in mare aperto», dove gli errori, gli inciampi, persino le bocciature, possono diventare passaggi di soggettivazione se accompagnati da un maestro che non giudica dall’alto ma cammina accanto.

La luce e l’onda si interroga ossessivamente su una domanda: «Che cos’è un maestro?». Recalcati distingue i «buoni» dai «cattivi maestri» non sulla base dei titoli o dell’erudizione, ma sul rapporto con il sapere e con la verità. Il cattivo maestro «ignora e non sa di ignorare», è «una sorta di Socrate alla rovescia» che parla come se possedesse la verità e la imponesse «come un chiodo fisso», generando dogmatismo e fanatismo. È la versione esasperata della maestra del fuoco, che annulla ogni possibilità interpretativa e riduce gli alunni a «zucche vuote» da riempire con il proprio sapere.

Il maestro autentico, invece, «non testimonia la proprietà della verità ma la ricerca della verità». Non è l’erudito che «può parlare con competenza di qualunque cosa», bensì qualcuno che «può parlare solo di ciò che gli preme», che mette in gioco il proprio desiderio e la propria mancanza. In questo orizzonte, Recalcati arriva a dire che «Gesù è, tra tutti, la figura del Maestro», perché parla unicamente di ciò che gli sta a cuore, «la salvezza del genere umano», e non separa mai il dire dal fare. Salvare, in questa pedagogia laica ispirata al Vangelo, significa «non avere paura della vita», non ritirarsi dalla realtà ma imparare a sostenerne le onde.

Al centro di La luce e l’onda c’è infine il tema del desiderio di insegnare, condizione minima e irrinunciabile per chiunque entri in aula. «Un insegnante che non è mosso dal desiderio di insegnare non deve entrare in aula», afferma Recalcati senza giri di parole. Il buon maestro è colui che, mentre fa lezione, «non vorrebbe essere in nessun altro luogo», che non vive la scuola come un ripiego per «tirare a campare», ma come spazio in cui anche lui impara qualcosa di nuovo: Giovanni Gentile, ricorda Recalcati, diceva di sapere di aver tenuto una buona lezione solo quando usciva dall’aula avendo imparato qualcosa.

Il libro si chiude con il tributo ai maestri che hanno inciso sulla sua vita, a partire da Giulia Terzani, la professoressa di lettere che Recalcati aveva già omaggiato in “L’ora di lezione”. In una scuola professionale di periferia, «decadente, orribile», la giovane insegnante appare come «un fiore di 25 anni» che entra in classe a parlare di poeti e di letteratura, trasformando l’aula in una stazione in cui «passa uno straordinario treno» a cui il giovane Massimo si aggrappa con tutte le sue forze. Di lei non resta tanto il contenuto delle lezioni, quanto «lo stile«, il modo in cui entrava in rapporto con il sapere e con i libri, presi in mano «con una cura che li faceva diventare esseri viventi».

È questo, suggerisce “La luce e l’onda”, il vero lascito dei maestri: non nozioni, ma stile, una forma singolare di attraversare il sapere che continua a bruciare «come il fuoco» nelle biografie degli allievi. Sono parole che rendono visibile questo lascito nel vivo di una conversazione che intreccia memorie d’aula, riflessione psicoanalitica e una passione intatta per la scuola, mostrando come la storia di un bambino bocciato in seconda elementare possa ancora interrogare, oggi, il modo in cui si insegna e si impara.

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