1976-2026

Martin Heidegger, l’ultimo filosofo

A 50 anni dalla morte, il pensiero dell’autore di “Essere e tempo” è ancora un prezioso compagno di strada

  • 54 minuti fa
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  • IMAGO/album/Fine Art Images
Di: Mattia Mantovani 

Si è detto giustamente che il compito del vero filosofo consiste nell’afferrare col pensiero il proprio tempo e nel comprenderne le leggi, non nel deprecare la nequizia dei tempi. Da questo punto di vista, comunque lo si voglia considerare e interpretare (non era un’anima candida, e sapeva fin troppo bene che il divenire storico si sostanzia sempre di immedicabili incongruenze e contraddizioni, il che permette di circoscrivere – senza ovviamente giustificarla – la sua breve compromissione col nazismo), Martin Heidegger è stato un vero filosofo. Forse uno dei più grandi, sicuramente l’ultimo nel senso autentico del termine, perché il suo pensiero ha aperto nuovi e definitivi spiragli nella comprensione del mondo, liberando ogni approccio ai dati del reale da ipoteche di carattere metafisico.

Prima edizione di "Essere e tempo", 1927

Prima edizione di "Essere e tempo", 1927

  • IMAGO / sepp spiegl

Non si esagera, insomma, dicendo che grazie a Heidegger vediamo e interpretiamo il mondo con uno sguardo diverso (che non significa necessariamente migliore, perché non è questione di categorie morali; ma senza dubbio più lucido, senza inutili paraocchi). Vale la pena di ribadirlo nell’anniversario tondo della sua scomparsa (era nato il 26 settembre 1889 a Messkirch, nel cuore della Selva Nera, ed è morto il 26 maggio 1976 nella non lontana Friburgo). La sua opera più importante, Essere e tempo, pubblicata nel 1927, ha segnato un “prima” e un “dopo” e merita quindi di essere inserita nel ristretto novero dei libri fondamentali del Novecento. Le nozioni di “esserci” e “gettatezza” hanno riscritto le coordinate della comprensione, di ogni possibile comprensione, e sono ormai imprescindibili.

Basti pensare, solo per portare un esempio, all’opera letteraria di Mario Tobino e alla sua pluridecennale attività come psichiatra nel manicomio di Maggiano, nei pressi di Lucca, dalle quali si può (si deve) ricavare una dolorosa verità di fondo: l’animo umano è sempre una terra incognita, talvolta un abisso. È una verità – molto “heideggeriana”, si potrebbe dire – che esprime disincanto e amarezza, ma anche la necessità di “prendersi cura” (altra nozione fissata da Heidegger) dell’Essere e di tutti coloro che non sono al mondo come se fosse la cosa più normale e scontata. È precisamente questa la grande eredità che ci ha lasciato Heidegger con le nozioni di “esserci” e “gettatezza”.

Perché nessuno, ovviamente, neanche i tirannosauri dei profitti e dei fatturati, è al mondo come «la chiave nella toppa e l’acqua nel bicchiere», per riprendere una sua celebre affermazione. Heidegger ha avuto infatti il merito di situare l’essere dell’uomo all’interno della cornice della temporalità e nella finitudine dell’esistenza, che opera nella realtà o per meglio dire è “gettata” nella realtà. Sul piano filosofico, nessuno lo aveva fatto prima di lui, con la stessa radicalità: nemmeno Kant, l’amatissimo Nietzsche e il suo maestro Husserl. Lo aveva fatto invece Hölderlin, sul piano puramente poetico: non a caso, Heidegger gli ha dedicato un ampio studio che merita di essere accostato a Essere e tempo. Il carattere proprio dell’esistere è “l’essere-per-la-morte”, inteso quale estrema possibilità dell’“esserci”, perché è solo pensando alla propria mortalità, cioè al carattere del finito, che l’“esserci” diventa autentico e conforme al proprio “poter essere”.

Questo poter essere, a sua volta, si esplica in due modi fondamentali: nell’autenticità, quando l’essere ritorna al proprio passato arricchito da questa possibilità, oppure nell’inautenticità quando l’“esserci” si perde nell’impersonalità del “Si” e resta perduto tra le cose, gli oggetti, la mera esteriorità. Il senso dell’“esserci” è dunque quello della temporalità, che significa progettare, tornare indietro alle possibilità ricevute in eredità e istituirne di nuove per il futuro.

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Martin Heidegger (4./10)

Alphaville: le serie 22.01.2026, 12:35

  • Keystone
  • Mauro Bonazzi ed Enrico Bianda

Restano tuttavia alcune questioni che si uniscono con ogni evidenza a formare “la” questione: è sufficiente tutto questo per dare un senso all’esistenza come “gettatezza” e come “esserci” nel tempo? Cosa c’è oltre la verità metafisica e il suo tramonto? La parola poetica ha davvero un valore fondante? Il linguaggio è davvero “la casa dell’essere”? Oppure, come ha detto in una celebre intervista concessa negli ultimi anni di vita, «ormai soltanto un Dio ci può salvare?». Domande sempre attuali e sempre più urgenti, con risposte sempre più complicate e scabrose. A cinquant’anni dalla morte, Martin Heidegger, l’ultimo vero filosofo, ci appare come un ideale e prezioso compagno di strada.

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