Riproponiamo un documentario della TSI del 1983 (la voce in italiano è di Clara Zovianoff) dedicato alla psichiatra svizzera naturalizzata statunitense Elisabeth Kübler-Ross, di cui nel 2026 ricorrono i cento anni dalla nascita. Kübler-Ross si fece conoscere in particolare per aver proposto un modello in cinque fasi per l’elaborazione del lutto: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Guido Ferrari, che curò il documentario, accompagna questo documento esclusivo con un suo ricordo
Elisabeth Kübler-Ross (1926–2004), psichiatra svizzera, ha avuto il merito di contribuire al cambiamento dell’approccio alla morte sia in medicina che nella società. Negli anni ‘50 si trasferì negli Stati Uniti dove lavorò principalmente con malati terminali, pazienti oncologici e morenti, in un’epoca in cui la morte era ancora quasi un tabù nella medicina. I malati venivano assistiti dal punto di vista medico ma non seguiti psicologicamente. Affermò che i morenti venivano evitati, sedati, ridotti a “casi”. Decise di ascoltarli, quando nessuno voleva farlo. Inizialmente fu osteggiata: le si diceva che «parlare di morte faceva perdere la speranza». Lei rispose con una frase diventata celebre: «Non è la morte a togliere speranza, ma il silenzio».
Per Elisabeth Kübler-Ross il malato terminale non era «un corpo che si spegne», ma un essere in cammino verso una soglia, attraverso un processo interiore, una trasformazione della coscienza. Nel 1969 pubblicò “La morte e il morire”, libro che le diede fama e che è tuttora letto e studiato, in cui espose le sue osservazioni tratte da centinaia di colloqui con morenti. Scrisse che essi attraversavano cinque stadi: negazione («Non è vero, non può succedere a me»), rabbia («Perché io? È ingiusto!»), contrattazione («Se guarisco, prometto che…»), depressione (dolore profondo, lutto anticipato) e accettazione (non rassegnazione, ma pace silenziosa). Questi stadi non sono fasi rigide: possono intrecciarsi, tornare, sovrapporsi. La voce del paziente terminale andava ascoltata, rispettata, aiutata fino alla fine. Sul tema scrisse poi anche “Domande e risposte sulla morte e il morire” e “Vivere con la morte”.
Ho avuto l’opportunità di conoscere Elisabeth Kübler-Ross e di realizzare tre documentari su di lei e il suo lavoro. Ho potuto partecipare a un suo seminario ad Agra, Collina d’Oro, con la partecipazione di una sessantina di persone che stavano affrontando grandi sofferenze. Diede loro la possibilità di parlare della loro situazione, delle loro paure e disperazione. Fu per me un’esperienza molto forte. Fui impressionato dalla capacità di ascolto di quella donna minuta, dalla sua empatia profonda, dal suo coraggio, dalla sua fede nella vita. Spiegò i cinque stadi del morire. Realizzai il documentario “Ti insegno a morire” nel 1983. Fu anche l’inizio di una lunga amicizia con Elisabeth, i cui figli studiavano a Lugano, città dove vivevo e vivo.
In quell’occasione conobbi e intervistai Silvia, un’infermiera malata di cancro con cui strinsi una profonda amicizia. Le proposi di filmare un suo incontro con Elisabeth. Tempo dopo andai da Silvia con Elisabeth. Silvia era ormai costretta a letto. Il colloquio con Elisabeth fu profondo, un richiamo alla consapevolezza: un colloquio non consolatorio, di grande partecipazione umana. Il documentario “Silvia” del 1984 suscitò grande interesse. Inserii anche le bellissime e toccanti poesie di Silvia sul morire. Fu un grande esempio di come Elisabeth Kübler-Ross sapeva comunicare con il paziente.
Il suo contributo alla cura dei morenti è stato grande: la medicina palliativa, che mira a ridurre al minimo il dolore e i disagi fisici e psichici, offrendo supporto emotivo e sociale, rispettando la vita senza accelerare né ritardare la morte, è sorta anche dalle sue intuizioni. È stata una figura ispiratrice degli hospice, strutture sanitarie residenziali non ospedaliere che offrono cure palliative quando l’assistenza a domicilio non è più possibile, dei gruppi di sostegno ai malati terminali e dei cappellani ospedalieri.
Elisabeth Kübler-Ross non è stata una scienziata in senso stretto, ha lavorato sulla base delle sue esperienze. Oggi è vista come riformatrice culturale della medicina. Importante è stato il suo contributo alla spiritualità. Le migliaia di colloqui con morenti la convinsero che la coscienza non è riducibile al corpo, che la morte è una transizione e non una fine e che l’amore è il fondamento del vivere. Diceva: «La cosa più importante che possiamo imparare qui è amare. Tutto il resto è solo preparazione». Elisabeth Kübler-Ross osservò che molte persone, poco prima di morire, entravano in uno stato di coscienza diverso. Sostevenao di vedere persone care defunte, parlavano di luce, riferivano una pace profonda e perdevano la paura della morte. Il suo parere era che questi fenomeni indicavano che la coscienza si stava già orientando verso un’altra dimensione dell’essere.
La sua non era una fede confessionale. Non apparteneva a una chiesa né a una dottrina precisa. La sua era una spiritualità dell’esperienza, nata dall’ascolto radicale del mistero. Scrisse: «Non posso dimostrare che la vita continui dopo la morte. Ma posso dire che ho visto abbastanza per non avere più paura». La sua apertura ai temi della sopravvivenza le costò perdita di prestigio accademico, attacchi da parte della comunità scientifica e isolamento professionale. Probabilmente il suo cammino tra visibile e invisibile, attraverso la sofferenza, l’avvicinarono a prese di posizione ritenute problematiche. La sua apertura al mondo dell’invisibile la portò talvolta a fidarsi troppo di ambienti spiritualisti. Negli ultimi anni lo riconobbe e con grande lucidità disse: «Ero alla ricerca di risposte, ma ho sottovalutato il potere della suggestione». Questa ammissione non nega la sua visione, ma la rende più umana e vera: una donna in cammino tra visibile e invisibile, tra scienza, compassione e mistero.
“Morire per Vivere – Una cultura per una nuova umanità”
Alphaville 26.05.2025, 11:05
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