Cristianesimo

Il cardinale Martini l’antipapa? Non proprio

A cento anni dalla nascita un volume fa parlare per la prima volta i dieci segretari del cardinale arcivescovo di Milano. Un ritratto inedito di chi lo ha conosciuto da vicino, fino ai suoi rapporti con Wojtyla e Ratzinger

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Il cardinale Carlo Maria Martini, a destra, partecipa nel maggio 1989 al convegno ecumenico di Basilea. A sinistra il fisico, filosofo della scienza e studioso di questioni di pace tedesco Carl Friedrich von Weizsäcker (1912-2007)

Il cardinale Carlo Maria Martini, a destra, partecipa nel maggio 1989 al convegno ecumenico di Basilea. A sinistra il fisico, filosofo della scienza e studioso di questioni di pace tedesco Carl Friedrich von Weizsäcker (1912-2007)

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Di: Paolo Rodari 

Il cardinale Martini l’antipapa? Non proprio. Così, almeno, si evince da un appassionante volume da poco dato alle stampe da EDB, “Martini da vicino”, che raccoglie, a cento anni dalla nascita del cardinale gesuita e arcivescovo di Milano, i racconti dei suoi dieci segretari, con la curatela del teologo Marco Vergottini. Per più di trent’anni, da quando nel 1980 si insediò sulla cattedra di Ambrogio fino agli anni del ritiro a Gerusalemme e della malattia, Martini ha avuto al suo fianco diversi collaboratori. Li cambiava spesso per evitare - come del resto fece dopo di lui papa Francesco e come scrisse lui stesso in “Il vescovo” (Rosenberg & Sellier) - «l’insorgenza di una certa “volontà di potenza” in colui che, anche inconsciamente ma altrettanto concretamente, può condizionare le scelte del vescovo». Sono loro, i dieci segretari, a offrire del grande cardinale di origini piemontesi un affresco inedito, riservato, per certi versi segreto, andando anche oltre ciò che di lui si sa, e cioè quel suo insegnamento che, come ha scritto nella prefazione al volume Ferruccio De Bortoli, «non subisce l’usura del tempo». E in questo affresco emerge il suo rapporto coi Papi, soprattutto Giovanni Paolo e Benedetto, rispetto ai quali Martini non si sentiva in contrasto, seppure non tutto quello che proponevano si confaceva alla sua sensibilità.

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Carlo Maria Martini

"Carlo Maria Martini. La scrittura e la città"

Attualità culturale 17.04.2018, 12:15

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Martini stimava Karol Wojtyla. E, racconta Luigi Testore, «capiva perfettamente l’origine culturale e la struttura del suo pensiero». Insieme, tuttavia, «intuiva già da allora, nel profondo, i limiti di quella visione ecclesiale», la visione appunto del Papa polacco. E ancora: «Martini diceva spesso che la Chiesa non è una cittadella assediata, che ha la necessità di difendersi dal mondo, ma deve essere una città sul monte, segno e punto di riferimento per il mondo». Era proprio Wojtyla, figlio del Novecento e del mondo diviso in due blocchi, a vedere la Chiesa come realtà ancora maggioritaria, «che deve difendere i valori della cultura europea». Martini, al contrario, volava su altri lidi: «Era già un uomo proiettato su questo secolo, coglieva la vocazione nuova della Chiesa in questo tempo, una Chiesa che deve essere in ascolto della Parola e dello Spirito, che non ha paura di essere minoranza perché ha comunque qualcosa di importante da dire al mondo annunciando il Vangelo».

Il volume racconta anche del rapporto con Ratzinger. Certo, non entra nel racconto del conclave del 2005, di Martini che arriva in Sistina con un bastone (pur non avendone bisogno) come a dire: non eleggetemi. E nemmeno racconta dei suoi voti che, secondo alcuni osservatori, egli avrebbe dirottato sullo stesso Ratzinger quando cresceva il “rischio” Ruini. Però racconta bene di quella omelia dell’8 maggio del 2005 (Ratzinger era da poco stato eletto) in cui sembrava contrastare la denuncia del nuovo vescovo di Roma del diffondersi del «relativismo etico». Disse Martini: «C’è pure un relativismo cristiano, che è leggere tutte le cose in relazione al momento nel quale la storia sarà palesemente giudicata». Come a dire che il relativismo nel mondo è uno scontro di «certezze» differenti, mentre il relativismo cristiano chiede confronto e incontro, «la condivisione - dice Gianni Zappa - di una tensione che accomuna su aspetti che riguardano tutti». Per Martini il relativismo cristiano non significa un abbassamento del profilo della fede, al contrario «è l’impegno di una vita che crede nella signoria di Dio e rimanda alla comunione con i fratelli e le sorelle».

Su diverse cose Martini non seguiva Wojtyla e Ratzinger. Ma ciò non significava che fosse contro di loro. Rifuggiva il chiacchiericcio e la maldicenza. A tavola, raccontano i segretari, «non si parlerà mai di persone, si eviterà ogni giudizio su di esse». Il suo “contrasto” era sull’idea di Chiesa. Dice Erminio De Scalzi: «Martini sognava una Chiesa povera, libera, sciolta, immune da ogni tentazione di potere e da propositi di costrizione… che accompagna con fiducia la ricerca degli esseri umani, che apprezza il portato della scienza e della cultura moderna, anche in quei territori di confine che pongono interrogativi di natura etica».

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