«Se non lo raccontiamo noi, nessuno lo farà». È l’appello che emerge dai video dei giovani sudanesi mentre la guerra civile continua a devastare un Paese quasi assente dai riflettori internazionali. Con oltre 25 milioni di persone in emergenza umanitaria e intere città rase al suolo, il Sudan affronta oggi una delle peggiori crisi al mondo. Vittorio Oppizzi, responsabile dei progetti di Medici Senza Frontiere (MSF) nel Paese, ha condiviso con Strada Regina la sua testimonianza per dare voce a chi resiste, perché il silenzio non cancelli il dolore di un’intera generazione.
Il 15 aprile è partita la nuova campagna della Catena della Solidarietà dedicata al Sudan. A tre anni dallo scoppio del conflitto, la situazione nel Paese resta drammatica e quasi assente dal dibattito pubblico internazionale, nonostante si tratti oggi della più grave crisi umanitaria al mondo. Per continuare a sostenere una popolazione stremata dalla guerra, dalla fame e dal collasso dei servizi essenziali, la Catena della Solidarietà ha lanciato un appello urgente alle donazioni.
Un conflitto brutale e dimenticato
La guerra, iniziata nel 2023, è entrata nel terzo anno colpendo la popolazione civile fin dal primo giorno. «Il conflitto ha portato sfide immense per la popolazione e per gli attori umanitari», spiega Oppizzi. Già prima della guerra il Sudan era segnato da crisi nutrizionali ed epidemie; oggi si contano oltre 10 milioni di sfollati interni e milioni di rifugiati.
L’impatto indiretto è altrettanto devastante: forniture mediche interrotte, ospedali paralizzati, personale senza stipendio. Eppure, la crisi fatica a trovare spazio nei media internazionali. «L’assenza di attenzione mediatica riduce quella politica e, di conseguenza, i fondi», sottolinea Oppizzi. Nonostante gli sforzi dei giornalisti sudanesi, la guerra rimane ai margini del dibattito globale, indebolendo ulteriormente la risposta umanitaria.

Il Sudan martoriato dopo tre anni di guerra
Modem 14.04.2026, 08:30
La quotidiana lotta per sopravvivere
La vita in Sudan è un dramma continuo. Le persone colpite si dividono in tre grandi gruppi: chi vive sulla linea del fronte e rischia ogni giorno ferite da arma da guerra; gli sfollati costretti a fuggire più volte; e chi, pur lontano dai combattimenti, vive nella paura dei droni che colpiscono a centinaia di chilometri di distanza. «Tutti si sentono vulnerabili. Anche lontano dal fronte», racconta Oppizzi.
Le atrocità includono massacri etnici e stupri sistematici, che riportano alla memoria il genocidio del Darfur. MSF raccoglie testimonianze attraverso i pazienti e assiste vittime di violenze sessuali e di genere. Oppizzi ricorda un episodio emblematico: a febbraio, in un ospedale di Omdurman supportato da MSF, sono arrivati cento tra morti e feriti dopo il bombardamento di un mercato. «C’erano madri al pronto soccorso che cercavano i figli. Si muore mentre si fa la spesa».
L’impegno di Medici Senza Frontiere
MSF opera in Sudan da decenni, ma dal 2023 il suo lavoro è diventato vitale. L’organizzazione offre chirurgia, cure per ferite di guerra, fisioterapia, servizi di maternità, nutrizione, pediatria, assistenza di base, vaccinazioni e supporto psicologico. Costruisce pozzi, distribuisce acqua e cibo nei campi per sfollati.
La malnutrizione ha raggiunto livelli catastrofici e l’emergenza ostetrica è tra le peggiori al mondo. MSF denuncia una risposta umanitaria largamente insufficiente e chiede accesso libero agli aiuti. Nonostante i rischi, continua a operare in aree controllate da entrambe le parti del conflitto, dimostrando che intervenire è possibile.
Un appello e un segno di speranza
Oppizzi chiede alla comunità internazionale di riportare il Sudan tra le priorità di finanziamento: MSF non può affrontare da sola una crisi di queste dimensioni e altre organizzazioni necessitano di fondi immediati.
In mezzo all’orrore, però, emergono segnali di speranza. La società civile sudanese, già attiva dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019, continua a organizzarsi attraverso comitati di quartiere che offrono aiuti essenziali con risorse minime. E i colleghi sudanesi di MSF, che lavorano a rischio della propria vita, rappresentano per Oppizzi «un atto quotidiano di speranza». Un gesto che, dice, «può essere la base per il futuro della risposta umanitaria in questa crisi».

Sudan, il punto dopo 3 anni di guerra
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