L’attacco frontale di Donald Trump a Papa Leone segna un nuovo punto di tensione nei rapporti tra Washington e il Vaticano. Il presidente americano, in un lungo messaggio pubblicato su Truth mentre rientrava dalla Florida, ha accusato il pontefice di essere «debole sulla criminalità» e «inadatto alla politica estera». Ma la polemica non si ferma qui: Trump è arrivato perfino a sostenere che l’elezione di Leone sarebbe merito suo, affermando di averlo «reso possibile» grazie alla sua presenza alla Casa Bianca. Una ricostruzione che contrasta apertamente con la realtà dei fatti.
Secondo numerose fonti vaticane, infatti, Leone è stato individuato anzitutto da Papa Francesco, che lo aveva scelto per guidare una diocesi difficile in Perù e poi lo aveva chiamato a Roma affidandogli la Congregazione dei vescovi. È stato Francesco a riconoscere per primo in lui un profilo capace di affrontare le sfide della Chiesa contemporanea. E sono stati i cardinali, nel conclave di un anno fa, a eleggerlo come figura in grado di rappresentare una risposta chiara ai populismi e all’uso politico della religione, non certo come gesto di compiacenza verso la Casa Bianca.
Le parole di Trump arrivano proprio nel giorno in cui Leone parte per l’Africa, con la prima tappa in Algeria: un viaggio che intende riportare l’attenzione sulle periferie del mondo e sulle vittime dei conflitti, non sulle logiche di potenza.
Nel suo post, il presidente americano ha criticato il pontefice per aver condannato la guerra durante la veglia pasquale in San Pietro, mentre Stati Uniti e Iran tentavano, senza successo, un negoziato in Pakistan. Ha accusato Leone di essere indulgente verso Teheran e troppo critico verso l’intervento americano in Venezuela. Ha persino contrapposto al Papa suo fratello Louis, definendolo «totalmente Maga».
Ma la distanza tra Leone e Trump non nasce oggi. Già da cardinale, Prevost aveva contestato l’uso della religione come strumento di legittimazione politica. Aveva criticato pubblicamente interpretazioni teologiche impiegate per giustificare politiche migratorie restrittive e aveva rilanciato articoli che denunciavano la sofferenza inflitta a persone «che cercano solo sicurezza». La sua linea, pur più sobria rispetto a quella di Francesco, è sempre stata chiara: il Vangelo non può essere piegato a logiche di esclusione o di violenza.
Per questo, durante la Veglia pasquale, le sue parole hanno avuto un peso particolare: «Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra e ha le mani inondate di sangue». Una frase che molti hanno letto come un messaggio diretto alla Casa Bianca, soprattutto dopo la richiesta di benedizione per l’attacco in Iran pronunciata nello Studio Ovale da un gruppo di pastori evangelici.
La Pasqua di Leone segna così un passaggio importante. Non una rottura con Francesco, ma una continuità modulata in modo diverso: meno enfasi polemica, più fermezza evangelica. La Chiesa, questo è il messaggio, non si schiera con le potenze, ma con le vittime; non benedice le strategie militari, ma richiama alla responsabilità morale di chi detiene il potere.
Con sempre maggiore evidenza il pontificato di Leone sembra giunto a una svolta. E la sua elezione suona oggi sempre più come il risultato di una visione ecclesiale che rifiuta l’idea di un cristianesimo al servizio dei governi.

La prima Pasqua per Papa Leone
Telegiornale 05.04.2026, 20:00







