A letto con Švankmajer

"I cospiratori del piacere" e il cinema del maestro praghese

Era il 1996 quando la pellicola di un regista noto, alle nostre latitudini, esclusivamente a una stretta cerchia di appassionati, urtava la sensibilità del pubblico della Piazza Grande durante la quarantanovesima edizione del Festival del cinema di Locarno. Di fronte alle immagini scevre di dialoghi, ma non mute, di Spiklenci slasti – ovvero I cospiratori del piacere – la folla, letteralmente, si divise: più della metà degli spettatori abbandonò la proiezione, mentre i restanti applaudivano entusiasti. Ma fra questi, come dicevo, allora quasi nessuno sapeva chi fosse il fantomatico Jan Švankmajer (nato il 4 settembre 1934 a Praga).

Oggi le cose, probabilmente, non sono molto cambiate: certo tantissimi conoscono le creature di Nightmare Before Christmas, ma molti meno hanno invece fatto esperienza di quel mondo inquietante che è stato fonte di ispirazione per artisti quali Tim Burton o i fratelli Quay. Infatti Švankmajer è indubbiamente uno dei massimi maestri del passo uno, tecnica cinematografica con la quale è possibile creare animazioni dove pupazzi e cose prendono vita sotto i nostri occhi. Oltre ad aver realizzato, attraverso questa pratica, parecchi cortometraggi in cui volti arcimboldeschi, fantocci, pietanze (assieme ai rumori, queste sono una delle fissazioni dell'artista) e oggetti lottano fra loro dando corpo a una surreale ferocia, Švankmajer ha pure ideato lungometraggi-capolavoro quali Alice – da Lewis Carroll – o, appunto, I cospiratori del piacere.

Protagonisti di questo grottesco affresco sono alcuni singolari individui che, come membri di una clandestina brigata, in gran segreto mettono in pratica le proprie bizzarre perversioni. Il signor Pivonka, ad esempio, folgorato dalla visione di alcune riviste pornografiche da lui acquistate in mattinata, si chiude nel proprio misterioso armadio per poi uscirne con un preciso piano: quello di fabbricarsi una testa di gallo e due ali che, una volta indossati, gli permetteranno di seviziare un fantoccio in tutto simile alla sua affittuaria. Quest'ultima, a sua volta, raccoglie dai bidoni dell'immondizia della paglia con cui imbottire un alter ego di pezza di Pivonka che verrà sottoposto a un rituale sadomasochistico in una cripta.

Al contempo il commissario Beltinský, con profondo rammarico della consorte, si rinserra per ore nel suo laboratorio a costruire strumenti con cui solleticarsi la pelle: coperchi di pentole tempestati di piume, mattarelli irti di chiodi, spazzole munite di baffute protuberanze. Non sono da meno la postina e il giornalaio, i quali, sempre comportandosi come fuggiaschi braccati, rispettivamente appallottolano molliche di pane da inspirare come droga e armano un macchinario dalla testa di televisore munito di braccia mobili. Insomma, in questo delirante teatro, mentre il mondo apparente del vivere sociale scorre in lontananza come un fondale, ognuno è votato a una precisa ossessione dalla quale sembra dipendere tutto.

Ma la cosa più interessante è questa: da un certo punto del film i fantocci di Pivonka e dell'affittuaria, così come gli strampalati aggeggi di Beltinský, cominciano a muoversi autonomamente. L'universo delle manie reagisce agli artefici della grande cospirazione come se avesse vita propria: i manichini si agitano e sgranano gli occhi, gli strumenti volteggiano come in una Natura morta vivente di Salvador Dalì.

L'acme dell'incantesimo ha luogo quando, al suo rientro a casa, Pivonka scopre la polizia intenta a raccattare indizi attorno al corpo morto dell'affittuaria (corpo il cui "doppio" artificiale è stato massacrato da Pivonka). Il vudù ha quindi funzionato? I cospiratori del piacere sembra volerci suggerire questo: le nostre solipsistiche ossessioni, la cui energia è tale da essere in potenza autonoma, sono ben più forti, più vive e misteriose della realtà. È in nome di tale certezza che, a ogni costo, la cosca dei congiurati porta avanti la propria libidinosa missione. D'altra parte, Rimbaud (e altri dopo di lui) ce lo aveva insegnato: «è falso dire: io penso: si dovrebbe dire io sono pensato».

Recentemente, l'ottantacinquenne Svankmajer ha realizzato quello che ha dichiarato essere il suo ultimo lungometraggio: Hmyz, una grottesca commedia del 2018 basata sull'opera dei fratelli Čapek. In attesa di scoprire cosa ha realizzato questo artista più unico che raro col suo congedo al cinema (ma sarà vero?), invitiamo chi legge a passare in rassegna la sua opera come farebbe un bambino nel laboratorio di un folle entomologo.

Daniele Bernardi
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