Alfred De Musset

Il libertino allo specchio

E’ vissuto nel secolo giusto o in quello sbagliato? Ma esistono poi secoli giusti e sbagliati, oppure ogni epoca ha prodotto una “generazione perduta” che ha lasciato in eredità alle generazioni a venire le stesse speranze ma anche gli stessi inganni e disinganni, le stesse utopie e disillusioni?

Una cosa, ad ogni modo, è fuori di dubbio: se fosse vissuto un secolo e mezzo dopo, come ha fatto notare una lettrice di spicco come Françoise Sagan, “l’enfant du siècle” Alfred de Musset, figlio dei primi decenni dell’Ottocento (era nato nel 1810 e morì a soli 47 anni nel 1857), sarebbe stato con ogni probabilità un rockettaro “maudit” oppure un divo del cinema e dello show-business. E la tormentata storia d’amore con Aurore Dupin alias George Sand, con tanto di sfondo veneziano, che Musset ha rimodellato pressoché in tempo reale nel romanzo autobiografico “Le confessioni di un figlio del secolo”, del 1836, e la Sand ha invece stilizzato quasi venticinque anni dopo, nel 1859, nel lungo e conciliante racconto “Lei e lui”, sarebbe finita in pasto ai mass-media.

Nella nostra epoca, ha notato giustamente la Sagan a proposito della relazione tra Musset e la Sand, un simile “amour fou” sarebbe stato un’autentica manna per i giornaletti scandalistici: «Paris-Match e forse qualche altro giornale straniero si sarebbero messi alle calcagna dei due innamorati, sarebbero riusciti a cogliere, grazie al teleobbiettivo, dei primi piani dei loro litigi, e un bel giorno qualche paparazzo abilmente travestito da gondoliere li avrebbe presentati al Tout-Paris. È probabile che tutto questo avrebbe sollevato un bello scandalo, e i vari cronisti ci avrebbero subissato fino alla nausea».

Bisogna invece accogliere con estremo favore il fatto che la liaison tra Musset e la Sand sia stata in tempi recenti una manna per il cinema, a dimostrazione dell’attualità del personaggio e della vicenda. Nel 1999, infatti, Diane Kurys ne ha tratto il film “Figli del secolo”, basato in prevalenza sulla versione della Sand, con Juliette Binoche e l’allora poco più che esordiente Benoît Magimel, mentre nel 2011 Sylvie Varheyde ha preso spunto dal romanzo di Musset e ne ha ricavato un film, “Confessioni di un figlio del secolo”, che inquadra la vicenda a partire dall’ottica dello stesso Musset, molto più immediata e non filtrata e medicata dal tempo.  

Per quanto sostanzialmente fedele al romanzo, anche in termini di costumi e ambientazione, il film della Varheyde si lascia forse preferire in virtù della presenza di un rockettaro “maudit” (un po’ di plastica, ma pur sempre “maudit”) come Peter Doherty nel ruolo del protagonista. Fondatore dei Libertines e poi dei Babyshambles, compagno per un breve (e ovviamente turbolento) periodo della top model Kate Moss, costantemente alla ribalta per questioni di alcol e droghe, Doherty si è rivelato un ottimo attore, perfettamente a proprio agio nel ruolo dell’artista dotato di un enorme talento ma anche della non meno enorme capacità di dissiparlo. Un perfetto alter ego di Musset, non c’è che dire.

Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, per quale motivo tutto l’Ottocento e buona parte del Novecento abbiano faticato a capire Musset, genio controverso ma pur sempre genio, e per giunta di una genialità che affonda le proprie radici nel cuore di tenebra dell’umano. Se si prescinde da Hippolite Taine, che salutò il libro come un capolavoro, bisogna arrivare fino a Émile Zola per trovare un giudizio almeno in parte positivo. Per il resto, si incontrano soltanto stroncature che sfociano spesso nell’insulto. Un diplomatico Flaubert, che molto semplicemente non voleva mettere in discussione i gusti letterari dell’amata Louise Colet, se la cavò infatti con un anodino «poeta affascinante, ma non grande», mentre Baudelaire, che non aveva simili problemi,  lo definì «maestro degli zerbinotti, cattivo poeta, beccamorto languido, ragazzino viziato che chiama in causa il cielo e l’inferno per avventure da tavola calda» e tirò idealmente la volata a Rimbaud, secondo il quale Musset era «un pancottoso quattordici volte detestabile» (perché proprio “quattordici” non è dato saperlo). Ma la vera e propria tumulazione, che ne ha segnato a fondo la sfortuna critica in ambito italofono (mentre in Francia si cominciava pian piano a riscoprirlo), venne eseguita da Benedetto Croce, che non esitò a liquidare Musset come un «querulo innamorato», autore di un  romanzo «che si trascina nel realistico e nel biografico senza assurgere a vera opera d’arte».

Splendori (nessuno) e miserie (tante) della letteratura e della critica letteraria, ma in fondo c’è una spiegazione. L’Ottocento del  realismo e del “mot juste” non poteva capire Musset, che nelle “Confessioni di un figlio del secolo” ha rappresentato plasticamente il “dédoublement”, lo sdoppiamento dell’io che descrive se stesso come se il “se stesso” fosse un altro. Ma non poteva capirlo nemmeno il Novecento delle utopie e delle grandi costruzioni (e finzioni) ideologiche. Oggi, invece, siamo nelle condizioni e abbiamo tutti gli strumenti non solo per capire Musset, ma anche per sentirlo particolarmente vicino.

Il “figlio del secolo” che affida la propria storia alla confessione, nel solco dichiarato di Rousseau ma anche delle “Confessioni di un oppiomane” di De Quincey (tradotto da Musset  alcuni anni prima), è il giovane Octave, tipico rappresentante della generazione seguita alla caduta di Napoleone: una generazione alla deriva, priva di valori e punti di riferimento, che non ha più un passato e non ha ancora un futuro. Amante tradito ma a sua volta traditore, libertino malinconico che si consegna tristemente alla deboscia per assaporare più a fondo il nulla delle cose, Octave/Musset sembra trovare la salvezza nell’amore ricambiato per Brigitte/George Sand, ma la malattia del secolo, l’“ennui”, l’incapacità di «cogliere la vita oltre il rumore della vita», lo riafferra immediatamente e lo trascina in un vortice di dolore e infelicità che si stempera infine nella quiete e si risolve in una sorta di esilio autoimposto. Resterebbe da capire se il figlio del secolo, nel suo dirigersi verso un “endroit écarté” che ricorda molto il Misantropo di Molière, nella sua serenità che nelle righe conclusive si profila in maniera così lacerante, sia davvero guarito dalla “malattia”, e in ultima analisi cosa si intenda per “guarigione”. Ma questa è tutta un’altra faccenda, tanto irrisolta quanto drammaticamente nostra, drammaticamente attuale. Come il libro di Musset, appunto, il libertino allo specchio: «Tutto ciò che era non è più, tutto ciò che sarà non è ancora. Non cercate altrove il segreto dei nostri mali».

Mattia Mantovani
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