(Keystone)

Bryce Dallas Howard

Una questione di famiglia

Tuo padre, premio Oscar, è uno dei registi più rispettati di Hollywood. Da piccola ti addormentavi con la testolina appoggiata sul suo petto mentre a cena chiacchierava con George Lucas e Akira Kurosawa. Da bambina eri intrattenuta da Tom Cruise e Nicole Kidman e il tuo padrino è Fonzie. Attore era anche tuo nonno paterno e attrice è tua mamma. Alla fine non è così incredibile che tu prima o poi faccia amicizia con la macchina da presa. Quello che invece non è scontato, neppure con un destino e una famiglia che ti hanno dato un accesso privilegiato a questo mondo, è che tu abbia il talento per ottenere il successo.

Bryce Dallas Howard ce l’ha di sicuro e tutti questi doni li ha messi a frutto. E oggi a quarant’anni – nata il 2 marzo 1981 – può ben dire di essersi conquistata il suo posto fra le protagoniste dello schermo, grande e piccolo.

Il volto solare, la bellezza naturale. Un’aria felice e la facilità nel passare da ipertrofici campioni di incasso a produzioni più contenute, risultando sempre credibile, sempre efficace. Un’esperienza che non si esaurisce nella recitazione. Nata a Los Angeles, la primogenita dell’acclamato Ron Howard e di Cheryl Alley (genitori anche di Jocelyn, Paige e Reed), ha mosso negli ultimi due anni i suoi primi passi dietro la macchina da presa, dirigendo due episodi della serie Disney The Mandalorian e il documentario Dads, papà. Sarà che proprio sui set dei film del padre ci è cresciuta. Quel mondo, che  ha respirato fin da quando è nata e di cui ha iniziato prestissimo ad amare i mille lavori – cominciando con lo spremere arance per la colazione della troupe e stampare fotocopie per la produzione –  lo conosce perfettamente dall’interno.

Cinema e famiglia si intrecciano spesso nel percorso che ha portato Bryce Dallas Howard a diventare negli ultimi vent’anni una delle attrici più interessanti di Hollywood. E non solo per ovvi motivi anagrafici e professionali. Ricorrente è poi  anche una particolare affinità con produzioni di genere fantastico, dall’universo di Star Wars alla disturbante serie Netflix Black Mirror dove è stata la protagonista dell’episodio Caduta libera, distopico affresco di un mondo dominato dai social. Non per nulla sono stati proprio due film fantastici a portarla alla ribalta, The Village (2004) e Lady in the Water (2006), firmati entrambi da M. Night Shyamalan. Non erano le sue prime esperienze da attrice. Come comparsa, la si ritrova già fin dalla tenera età in diversi film del padre, da Parenti, amici e tanti guai (1989) fino ad A Beautiful Mind (2001), passando per Apollo 13 e Il Grinch. Poi ci sono stati studi di recitazione, i palcoscenici teatrali e un ruolo cinematografico più strutturato in Adolescenza inquieta (Alan Brown, 2004). Indiscutibile però che sia stato il regista de Il sesto senso a farla conoscere al grande pubblico dandole la sua prima parte da protagonista, una ragazza cieca in un villaggio isolato, sospeso tra fantasia, realtà e inganno. Shyamalan l’aveva notata in scena, mentre recitava il ruolo di Rosalind nello scespiriano Come vi piace (ruolo che pochi anni dopo avrebbe ricoperto ancora ma stavolta sullo schermo, diretta da Kenneth Branagh nel 2006). L’ha scritturata per The Village senza neanche provinarla e di sicuro il regista, produttore e autore nato in India e cresciuto a Philadelphia ne è stato tanto colpito da volerla anche per il ruolo centrale del successivo film, l’ambizioso Lady in the Water, dove Bryce è una sorta di fatata creatura acquatica, incarnazione allegorica del concetto stesso di narrazione che non a caso risponde al nome di Story. Se quest’ultimo film non ha riscosso grandi consensi di critica e pubblico, la carriera dell’attrice allora venticinquenne a quel punto era ormai definitivamente avviata. Fra uno Shyamalan e l’altro infatti, a sdoganarla anche agli occhi dei cinefili più duri e puri, ci ha pensato l’innovativo e controverso Lars Von Trier che l’ha voluta in Manderlay – seguito dell’avanguardistico Dogville – nel ruolo che fu di Nicole Kidman. Anni pieni, anni molto importanti e non soltanto sul fronte lavorativo per Bryce Dallas Howard che nel 2006 ha sposato Seth Gabel, attore anche lui ma attivo più che altro in televisione (tra le apparizioni cinematografiche c’è Il codice Da Vinci del suocero Ron). La coppia ha due figli, Theo e Beatrice.

Da allora Bryce ha continuato il suo cammino senza intoppi. Spider-Man 3 (2007), Terminator: Salvation (2009), la saga di Twilight (con il terzo capitolo, Eclipse del 2010) fino ad arrivare alle avventure tra i dinosauri di Jurassic World (2015) e Jurassic World – Il regno distrutto (2018). Bryce, nei mesi scorsi, ha mostrato con fierezza i lividi che si è fatta sul set dell’atteso nuovo capitolo, Jurassic World: Dominion dove è nuovamente in coppia con Chris Pratt. Quando c’è da eseguire le sue scene d’azione senza controfigura, l’attrice non si tira indietro.

I blockbuster spettacolari e tutta azione che la vedono ineffabilmente correre in tacchi alti nel fango della giungla non esauriscono però una carriera – ad oggi lunga una ventina di film – piena di ottime prove di duttilità. Hereafter (2010, curiosamente l’unico fra i film diretti da Clint Eastwood ad avere riverberi sovrannaturali) o Rocketman (2019), spumeggiante fantasia musical-biografica su Elton John dove Bryce è la madre della futura star, ne sono un esempio. Così come The Help diretto nel 2011 da Tate Taylor. Candidato all’Oscar, il film che racconta la vita delle donne afroamericane impegnate come domestiche per famiglie bianche nel sud segregazionista degli anni Sessanta, ha fruttato la statuetta da non protagonista a Octavia Spencer.  Bryce Dallas Howard ha un ruolo scomodo, quello dell’antagonista, la padrona di casa razzista. Tornato alla ribalta sull’onda del movimento Black Lives Matter e delle proteste innescate dall’omicidio di George Floyd, The Help ha avuto nei mesi scorsi un ritorno di fiamma, svettando fra i più visti su Netflix. Questa volta però è stato anche oggetto di critiche. La storia è infatti raccontata dal punto vista bianco, attraverso la giovane protagonista interpretata da Emma Stone, aspirante giornalista. La stessa Bryce Dallas Howard ha in qualche modo preso le distanze. “Le storie sono il portale per una radicale empatia”, ha detto. E così in diverse interviste ha suggerito altri film e serie da vedere sull’argomento, questa volta firmati da autori afroamericani. Su un versante decisamente meno serio, The Help è stato anche il film in cui Bryce Dallas Howard ha recitato insieme a Jessica Chastain. La forte somiglianza tra le due attrici le ha fatte spesso prendere l’una per l’altra. Persino dal buon Ron che tempo fa, incontrando per caso Jessica Chastain in un negozio, l’ha scambiata per la figlia…

Queste sviste non bastano certo a mettere in dubbio l’amore paterno né tanto meno quello filiale, elementi centrali nella vita e nel lavoro di Bryce. È proprio dedicato alla paternità il suo esordio come regista. Il documentario Dads, presentato nel 2019 al Festival di Toronto, dipinge il ritratto di alcuni padri di oggi (e non solo di oggi, visto che neppure Ron Howard poteva mancare fra gli intervistati, pur con qualche iniziale ritrosia). Anche in The Mandalorian, recente e fortunatissima serie generata dall’universo di Star Wars di cui Bryce è sempre stata una fan, di sottotesti sulla paternità ce ne sono a bizzeffe, con il cacciatore di taglie Mando che deve prendersi cura di Baby Yoda, irresistibile cosino verde già entrato di prepotenza nella cultura pop. Due gli episodi che il creatore di The Mandalorian Jon Favreau ha affidato a Bryce, e fra questi anche uno tecnicamente parecchio impegnativo. Le critiche sull’operato della neoregista sono state estremamente positive. Che dire, buon sangue non mente. Recitare e ora anche dirigere: per Bryce Dallas Howard è una questione di famiglia.

Fabrizio Coli
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