Cinema

Commedia all’italiana? Ettore Scola era molto di più

Dieci anni dalla morte del giovane disegnatore che diventò sceneggiatore e poi regista (anche se non voleva). Finì per costruire il più grande archivio sentimentale del Novecento italiano

  • Un'ora fa
Ettore Scola, 1984

Ettore Scola, 1984

  • KEYSTONE/STR
Di: Nicola Lucchi 

Il tempo passa senza chiedere il permesso. Ettore Scola ce l’ha dimostrato osservando la vita ad altezza d’uomo. In C’eravamo tanto amati (1974) gli anni corrono travolgendo ideali e promesse; in Una giornata particolare (1977) i minuti si condensano tra una terrazza e un appartamento zeppi di Storia e solitudine; ne La famiglia (1987) i giorni si accumulano tra le pareti domestiche, riscrivendo relazioni e identità. Sono trascorsi dieci anni da quando se n’è andato, ma le vite che ha catturato nei suoi film restano congelate in fotogrammi che raccontano un’epoca.

Una giornata particolare, 1977

Una giornata particolare, 1977

  • IMAGO / United Archives

Nemmeno voleva farlo, il regista. Il suo mondo era dentro la scrittura. Vignettista e autore adolescente per riviste satiriche, si imbatté nel cinema nei primi anni Cinquanta, dopo una gavetta spesa tra varietà e trasmissioni radio. Non è un caso che abbia sempre considerato la scrittura il cuore del suo lavoro, prima ancora della regia. È dalle parole, dal ritmo dei dialoghi e dall’osservazione minuta dei caratteri umani che nascono le storie. Così, anche quando passò dietro la macchina da presa, non smise mai di pensare da sceneggiatore, costruendo spesso film su una scrittura corale, precisa, capace di tenere insieme ironia e amarezza, intimità e sguardo politico.

C'eravamo tanto amati, 1974

C'eravamo tanto amati, 1974

  • IMAGO / Album

Più di un decennio a scrivere sceneggiature per altri fino a quando altri proposero qualcosa a lui. Pare che l’idea venne a Vittorio Gassman, che trovato appoggio nel produttore Mario Cecchi Gori finì per offrirgli la regia di Se permettete parliamo di donne (1964). La risposta fu netta: “Ma io ce l’ho già un lavoro.” Quella prima regia, però, l’avrebbe accettata. Dopo aver scritto film per alcuni dei più grandi registi e interpreti del periodo, fra Totò e Sordi, Risi e Pietrangeli, Un americano a Roma (1954) e Il sorpasso (1962), arrivò il tempo di guardare dentro l’obiettivo.

Ettore Scola è visto come uno tra i più grandi registi della commedia all’italiana. È vero, ma non basta. Il suo cinema è un archivio sentimentale del Novecento italiano. Tanti film prima della consacrazione: L’arcidiavolo (1966), Il commissario Pepe (1969), Dramma della gelosia (1970) solo per citarne alcuni, fino a quel C’eravamo tanto amati che avrebbe cambiato tutto, tracciando il ritratto disilluso di un’Italia in trasformazione. Brutti, sporchi e cattivi, solo due anni più tardi, portò a Cannes le borgate romane in una satira grottesca sulla miseria umana che popola molte delle sue pellicole, fino al suo lavoro più noto. È con Una giornata particolare e le candidature agli Oscar che Scola si impose sullo scenario mondiale. L’incontro tra due solitudini, qui, incide a fuoco il segno delle ingiustizie della Storia, lasciandone uno indelebile in quella del cinema.

La terrazza, 1980

La terrazza, 1980

  • IMAGO / Album

Se gli anni Settanta, tra attentati e scontri di piazza, sono il decennio che più alimentò il suo immaginario cinematografico, gli Ottanta, per quanto prolifici, furono scanditi da film non sempre riusciti, ma che trovano ne La famiglia l’opera più acclamata. Una produzione vasta che, estendendosi fino agli anni 2000, lanciò uno sguardo stanco nel nuovo millennio, per chiudere il proprio occhio sul mondo a tre anni dalla morte, celebrando l’amico Fellini in Che strano chiamarsi Federico (2013).

Con Ken Loach e Irene Bignardi in Piazza Grande a Locarno, 2003

Con Ken Loach e Irene Bignardi in Piazza Grande a Locarno, 2003

  • KEYSTONE/Martial Trezzini

C’è della nostalgia nel cinema di Scola. L’idea che il tempo sia un giudice silenzioso, che non condanna e non assolve, ma che inevitabilmente trasforma. La capacità di Scola di combinare umanità, critica sociale e narrazione poetica rimane una delle più alte espressioni del cinema italiano. Qualcosa che il tempo non ha saputo invecchiare.
Ettore Scola non ha mai cercato eroi, ma persone. Ne ha seguito le vite mentre il tempo passava, la Storia cambiava e le illusioni alzavano le mani. È in questa attenzione ostinata all’umano che il suo cinema continua a parlarci, senza sollevare la voce.

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