«Non siamo stati bravi. Siamo stati eleganti». Un piccolo spoiler, una frase apparentemente innocente, che serve per far capire con quale tono ha voluto parlare di politica - e di umanità - Paolo Sorrentino nel suo nuovo film.
Al centro de La grazia, ed è una delle poche informazioni che erano note al pubblico fino a poco prima della proiezione per l’apertura della Mostra del cinema, c’è la figura di un Presidente della Repubblica italiana. Non è un personaggio ispirato a Sergio Mattarella e nemmeno precisamente a qualche suo predecessore, anche se si rifà certamente ad una tipologia di politico che ha ricoperto quel ruolo nel corso dei decenni. Un modello di statista che, come ha detto lo stesso Sorrentino ai nostri microfoni, «è in via d’estinzione»: pacato, che non mostra i muscoli, che riflette, che rappresenta quanto di più alto ci possa essere nell’idea di “popolo” o di “nazione”. Qualcuno che tiene ben stretta la Costituzione che ha il compito di custodire, così come le tradizioni - per quanto polverose - e i rituali.

Toni Servillo in La Grazia di Paolo Sorrentino
Mariano De Santis è anche un giurista, che ha dedicato la sua vita alla legge, al diritto, a scrivere un monolitico manuale sul tema. Un uomo noioso - come si definisce lui stesso - e un padre che non conosce davvero i propri figli, anche se Dorotea, interpretata da Anna Ferzetti, lavora a strettissimo contatto con lui, essendo giurista a sua volta. Soprattutto, però, Mariano De Santis è un uomo in lutto, da una decina d’anni, per la scomparsa della moglie.
Quando lo incontriamo è all’inizio del semestre bianco, ovvero gli ultimi sei mesi del suo mandato. Non lo ammette apertamente ma il pensiero di lasciare il Quirinale scatena in lui una tempesta interiore, che lo mette di fronte alla concretezza della vecchiaia, ai rancori accumulati e incancreniti, alle paure mai affrontate, ai pesi mai tolti, alle decisioni non prese. Il dubbio, che per così tanti anni ha tentato di governare grazie a regole, codici, articoli commi e paragrafi, prende il sopravvento, e lui, il Presidente, rimanda. Rimanda in continuazione le ultime decisioni da prendere, per il Paese e per se stesso.
La verità come scommessa
In un film che per sobrietà ricorda quasi il secondo lungometraggio di Sorrentino, Le conseguenze dell’amore (girato in varie città ticinesi nel 2004), troviamo uno dei personaggi più interessanti e complessi che il regista abbia mai costruito insieme a Toni Servillo (questa è la loro settima collaborazione), senza che si senta la mancanza dei colori, del ritmo, del chiasso e delle scenografie di Loro o de La grande bellezza. Attraverso alcuni scorci della campagna piemontese, pochi ambienti di un Quirinale ricreato a Torino, la piccola sala d’attesa di un carcere, Sorrentino dispone tutto quello che serve per far muovere il suo protagonista alla ricerca di risposte e di una verità da toccare con mano, da incontrare faccia a faccia, ma soprattutto da accettare come fragile, e sempre difficile da definire. La verità come un rischio su cui scommettere ogni giorno.
È attraverso uno sforzo interiore, ma anche grazie a una serie di “consiglieri” (la figlia, su tutti, ma pure il corazziere e l’appariscente amica critica d’arte) che il Presidente di Sorrentino affronterà due richieste di grazia e una proposta di legge sull’eutanasia, applicando il suo metodo, ma anche decidendo di, semplicemente, ascoltare. “Grazie a voi, noi siamo meglio di voi”, gli dice la figlia, ricordando al genitore, ma anche alla carica dello stato, che la vita - come la politica - dovrebbe cercare di concentrarsi sul presente, di frequentarlo, di viverlo.
Forse questo film rilancerà il dibattito sulla tanto ipotizzata legge sul fine vita, che scalpita da tempo dietro le porte di un paese in cui l’influenza delle istituzioni religiose è fortissima. Intanto qualcuno al Lido, su una parete che viene riservata alle recensioni più ironiche o arrabbiate da parte del pubblico, ha scritto che La grazia è “chiaramente un fantasy: politici competenti, una legge sul fine vita, una Roma pulita”.

Venezia, al via la Mostra del cinema
Telegiornale 27.08.2025, 20:00
Il presente, la musica, la realtà
Sorrentino con questo film il presente prova a guardarlo, magari anche attraverso il cameo del rapper Guè e la presenza della sua musica (Servillo che interpreta un suo pezzo è uno dei diversi momenti divertenti del film), ma lo fa ben saldo nel dirci che andrebbe migliorato, che potremmo ambire ad altro, e che il passato va considerato sempre, ma non con fare nostalgico e “brontolone”, bensì con rispetto, affetto, riverenza, eppure senza lasciarsi travolgere.
Il regista lascia intravvedere quanto semplici gesti, custoditi dalla figura del Presidente della Repubblica e dello staff del Quirinale, siano in realtà un’impalcatura necessaria per sorreggere una forma di senso comune, di collettività. Qualcosa che difficilmente si trova nella nostra realtà quotidiana sempre più complessa, pesante, densa e difficile, ma basta intercettare un discorso pronunciato con testa e cuore da chi incarna le istituzioni - di qualsiasi paese - per farcela percepire, questa struttura portante. Un pensiero “alto”: non culturalmente, ma moralmente superiore, per senso etico, civico. Forse solo un ideale. Ma a cosa dovremmo ambire, se non a quello?
È questa l’eleganza. È questa, anche, la grazia.