Veduta di Casa Morandi
Veduta di Casa Morandi (Courtesy Istituzione Bologna Musei, Museo Morandi; Foto Roberto Serra)

Giorgio Morandi

Il pittore del tempo sospeso e dell’essenza silenziosa delle cose

Le cose stanno perfettamente / obbediscono a mani laboriose / le cose immote savie silenziose / nelle ombre assegnate / nelle spigolature.

Sommamente urgente è questo / silenzio che viene. Urgentissimo / il silenzio in masse accatastate / quasi crolla sul tutto in attesa.

Sono due brevi ma intense poesie scritte da Mariangela Gualtieri e pubblicate nel volume Bestia di gioia (Einaudi, 2010). Nel periodo di lockdown e di isolamento forzato imposti dall’emergenza Covid-19, ho voluto riprendere in mano questa raccolta poetica pervasa da un senso di sospensione, di solitudine e di mistero, che aleggia tra le cose e nella natura. Rileggendo i versi sopraccitati, in particolare, non ho potuto fare a meno di pensare ai lavori e al modus operandi di Giorgio Morandi, artista che nella mia prima giovinezza non apprezzavo a sufficienza, e che solo con il tempo ho imparato a conoscere e ad amare. Sì, perché lʼopera di questo straordinario pittore e incisore del Novecento, di cui quest’anno ricorrono i 130 anni dalla nascita, merita di essere contemplata con pacatezza e pazienza, senza fretta, per poterne carpire, per quanto possibile, i segreti e i fremiti sottesi. Quella stessa pacatezza e pazienza con cui Morandi operava, scegliendo e disponendo meticolosamente gli oggetti da raffigurare, calibrando la luce, impastando i pigmenti, osservando attentamente le cose “immote savie silenziose”, nel caso delle sue nature morte, o restando in quieto ascolto della natura e in attesa della luce migliore, nel caso dei paesaggi (o “paesi”, come lui preferiva chiamarli).

Sovente definito in modo irriguardoso come il pittore “delle bottiglie”, Giorgio Morandi in realtà è stato il cantore dellʼessenza silenziosa delle cose, del tempo sospeso ed eternizzato, del mistero del quotidiano e della solitudine. Della condizione di autoisolamento Morandi ne aveva fatto la sua modalità di vita e di lavoro, il presupposto per poter trovare ispirazione e pace, come lui stesso dichiarava: “La mia infanzia è semplice come tutta la mia vita, informata da un gran desiderio di star solo e di non essere seccato da nessuno…”.

In un recente articolo pubblicato sul Financial Times e intitolato “The interior world of Giorgio Morandi, an artist who embraced lockdown”, la critica d’arte Rachel Spence, ricollegandosi alle misure di quarantena anti-coronavirus imposte a livello globale, sottolinea come l’eccezionale vicenda artistica del Maestro bolognese fosse caratterizzata da una condizione di confino autoimposto durante gli anni del regime fascista e oltre, giungendo persino a definire Morandi come “un compagno ideale per tutti coloro che stanno affrontando la reclusione domestica”. Probabilmente sì, Morandi avrebbe potuto darci qualche buon consiglio su come trovare il giusto equilibrio anche rinchiusi tra quattro mura.

Riservato, di poche parole, avverso alla mondanità, ma non certo avulso dal mondo, anzi aggiornato su tutto quanto accadeva nel campo delle arti in Italia e all’estero grazie alla costante lettura di libri, cataloghi e riviste, Giorgio Morandi visse buona parte della sua vita nella casa-studio di via Fondazza 36, nel centro storico di Bologna, che condivideva con le sue tre sorelle, Anna, Dina e Maria Teresa. Un atelier-rifugio da cui l’artista si spostava raramente, tranne che per recarsi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove insegnava Tecniche dell’incisione. Di rado lasciava la sua città natale, a parte i soggiorni estivi nella casa di famiglia a Grizzana, sull’Appennino emiliano, qualche sporadica trasferta a Firenze, a Roma o a Venezia per la Biennale d’Arte, e un unico viaggio all’estero, a Winterthur, in Svizzera, in occasione di una mostra personale.  

Nella sobria abitazione bolognese, dove lavorò e visse fino alla morte nel 1964, Giorgio Morandi si era ritagliato il suo piccolo mondo, il suo nido creativo, composto da una stanza esigua e spartana, illuminata da una sola grande finestra che dava su un cortile (più volte dipinto dall’artista), un ripostiglio stipato di cose, un giaciglio per il riposo, una pila di libri cari con i Canti di Giacomo Leopardi in testa, un cavalletto, colori e pennelli, alcune mensole e un piano di appoggio. E poi i tanti oggetti, ritratti ripetutamente al pari di un esercizio zen: recipienti di varie dimensioni, vasi, brocche, bottiglie, porcellane, scatole, fiori di seta o essiccati e qualche conchiglia… oggetti semplici, modesti, scovati per lo più da rigattieri e scelti per la loro forma più che per la loro funzione o bellezza. Questi erano i modelli con cui Morandi intesseva un muto dialogo. Lungamente li studiava e li distribuiva in base ai volumi e all’alternanza di pieni e vuoti, ne tracciava i contorni a matita sul piano di appoggio per segnare in pianta le composizioni e, dopo aver modulato la luce con l’anta della finestra, lentamente ne restituiva l’essenza sulla tela. Il risultato sono innumerevoli nature morte che paiono poesie, sinfonie, epifanie, da ammirare con calma per notare le infinite sottili variazioni tra un dipinto e l’altro.

Luogo intimo, quasi magico, lo studio di Giorgio Morandi stregava tutti coloro che ne varcavano la soglia: gli amici, i collezionisti, gli studiosi che andavano a trovarlo, come il critico d’arte Roberto Longhi, tra i suoi più grandi estimatori. Nel 1934, durante una prolusione all’Università, Longhi definì l’amico Morandi “uno dei migliori pittori viventi d’Italia”, il solo che “pur navigando tra le secche più perigliose della pittura moderna, abbia però saputo sempre orientare il suo viaggio con una lentezza meditata, con un’affettuosità studiata, da parer quelle d’un nuovo incamminato”.

Tanti anche i fotografi che hanno cercato di fissare su pellicola la peculiare atmosfera dellʼatelier morandiano, come Herbert List, Ugo Mulas, Jean-Michel Folon, Gianni Berengo Gardin e, soprattutto, Luigi Ghirri, che tra il 1989 e il 1990 realizzò oltre 400 scatti che oggi rimangono una meravigliosa testimonianza di quello spazio vitale e creativo fuori del tempo. Da ricordare anche i  due film, Day for Night e Still life, che l’artista inglese Tacita Dean ha realizzato nello studio di Morandi nel 2009, posando con delicatezza lo sguardo sugli oggetti del suo universo poetico e sulle tracce del suo lavoro, dimostrando come l’opera morandiana sia ancora viva e luminosa nel presente, preziosa fonte di ispirazione e riflessione. Oggi questo luogo speciale è aperto al pubblico come casa-museo, continuando a esercitare una suggestione profonda.

Ma, come detto, accanto alla dimora-studio di via Fondazza, non bisogna dimenticare il placido borgo di Grizzana, quella “collina dell’anima” dove il pittore trascorse molte estati e dove produsse buona parte dei suoi dipinti sul tema del paesaggio. Qui, secondo Morandi, si trovava “il più bel paesaggio del mondo”; qui poteva dedicarsi alla contemplazione e raffigurazione della natura circostante che, analogamente agli oggetti protagonisti dei suoi still life, riproduceva sulla tela attraverso una superba sintesi formale, fatta di scomposizioni e ricomposizioni volumetriche, per catturarne l’essenza. Si tratta di paesaggi austeri, solitari, “inameni” come li definiva Longhi, ma estremamente evocativi. Spoglie case color ocra, strade di campagna battute dal sole, prati e campi di grano, resi con una sapienza cromatica e una texture sublimi. Per trovare l’inquadratura più opportuna, Morandi era solito utilizzare un cannocchiale oppure un cartoncino su cui aveva ritagliato una finestrella, sorta di rudimentale obiettivo.

Dipingeva se non ciò che aveva davanti, Giorgio Morandi, consapevole al contempo che “tutto quello che riusciamo a vedere nel mondo oggettivo in realtà non esiste così come lo vediamo e lo percepiamo. Per me non vi è nulla di astratto. Per altro ritengo che non vi sia nulla di più surreale e di più astratto del reale”. Senza mai preoccuparsi di apparire monotono o fuori moda, Giorgio Morandi ha ritratto il mondo circostante con una sensibilità unica, dando vita a opere che tutt’oggi ci parlano di eternità, di equilibrio, di silenzio, della progressiva rarefazione e smaterializzazione della realtà nella luce, e anche di unʼesistenza appartata e sfuggente eppure piena e prolifica.

“Si può viaggiare per il mondo e non vedere nulla. Per raggiungere la comprensione è necessario non vedere molte cose, ma guardare attentamente ciò che vedi”: queste parole di Morandi, soprattutto in un momento storico come questo, in cui tutti siamo costretti a rallentare, a fermarci, a stare in attesa, assumono un significato ancora più profondo.

Francesca Cogoni
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