Arte e Spettacoli

Mozart–Salieri: storia di un antagonismo inventato

Dal mito di Salieri assassino alle riscritture di Puškin, Rimskij‑Korsakov e Shaffer, fino al film di Forman: un viaggio attraverso le metamorfosi di Amadeus, mentre al LAC va in scena una nuova versione registica

  • Oggi, 12:00
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Di: Valentina Grignoli 

Amadeus, nella versione registica di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, è in scena al LAC il 13 e 14 gennaio 2026, alle 20:00.

Complice la musica, che le emozioni amplifica, si imprime nella memoria più che il profumo e – soprattutto in questo caso – crea un incredibile fil rouge tra epoche e opere diverse, la sequenza iniziale di Amadeus di Miloš Forman è una di quelle esperienze da giovane spettatrice che non ho mai dimenticato. Le ambientazioni cupe, il volto di Salieri morente mentre viene condotto in manicomio su quella barella in saggina, e sì, appunto, la Sinfonia n. 25 in sol minore, Allegro con brio. Come si fa a dimenticare questa storia in cui l’invidia sfida il genio raccogliendo poi solo pazzia?

Ho poi scoperto che questa storia, divenuta quasi archetipo negli anni, a cui si riferiscono anche definizioni pseudopsicologiche come “la sindrome di Salieri” (a indicare l’invidia e il risentimento verso un genio percepito come irraggiungibile, e quindi da sminuire), non ha mai avuto riscontri nella realtà storica. Un’inimicizia romanzata, quindi, quella tra il compositore di Salisburgo e lo stimato compositore dalle origini italiane alla corte asburgica che, tra l’altro, esisteva – come narrazione – da molto prima che Forman decidesse di farne un meraviglioso film.

Prima di diventare un titolo popolare infatti, Mozart e Salieri è stato un testo breve e tagliente, scritto appena cinque anni dopo la morte del compositore italiano. Nel 1830 Aleksandr Puškin compose questo dramma poetico tra le Piccole tragedie. Due sole scene, due personaggi, un confronto serrato, che prende spunto dalla leggenda secondo la quale Mozart fu avvelenato da Salieri. La vittima vi appare come genio inconsapevole, leggero e sregolato fino all’incoscienza, quindi non meritevole, mentre Salieri racconta il suo duro percorso per raggiungere la gloria artistica.

Restando in Russia, nel 1897 il compositore Nikolaj Rimskij-Korsakov trasforma Mozart e Salieri in un’opera da un atto. Conserva quasi integralmente i versi di Puškin, ma la musica si prende la forza narrativa, incarnando il conflitto nelle note stesse. Mozart canta la naturalezza del talento mentre Salieri ci dice la tensione e l’ombra. L’opera, essenziale e priva di orpelli spettacolari, contribuirà a fissare nell’immaginario europeo la figura di Salieri come antagonista tragico.

Ed è qui che entra in gioco il più moderno Amadeus del drammaturgo inglese Peter Shaffer. Scritto nel 1978, due atti, il testo debutta al National Theatre di Londra l’anno dopo e amplia radicalmente il dispositivo narrativo: Salieri diventa il narratore che confessa la propria storia da un manicomio, rievocando la Vienna imperiale e il mondo dell’opera. «Io ero un uomo di talento medio. Lui era Mozart», dice Salieri, suggerendo la distanza tra i due uomini che percorre l’intero dramma. La musica di Mozart entra in scena come materia viva, trasformandosi in motore drammaturgico. Alla prima italiana del 1982, inizio gennaio a Roma, la critica riconobbe l’efficacia teatrale dello spettacolo, accusando però Shaffer di eccessiva semplificazione a favore del pubblico.

Letteratura, opera, drammaturgia, ed ecco che arriviamo al grande schermo: nel 1984 Forman lavora sul testo di Shaffer, accentuandone la forza visiva. Il suo Amadeus è girato in gran parte a Praga ed è premiato dalla critica, con statuette che piovono come quella per Miglior Film, Regia, Attore non protagonista (F. Murray Abraham è Salieri), ma anche Sceneggiatura non originale e Scenografia. Mozart infantile, irriverente e geniale e, al suo opposto, Salieri tormentato e disciplinato incarnano l’immaginario di ogni nuova messa in scena.

Come quella che sarà presentata al LAC in questi giorni per la regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, produzione Teatro dell’Elfo. Bruni ha lavorato sul testo di Shaffer tenendo presenti tanto l’origine teatrale quanto l’ombra ingombrante del film di Forman, senza rinunciare al retroterra di Puškin e Rimskij-Korsakov, con la musica che, ancora una volta, inevitabilmente struttura la narrazione.

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