Testimonianza dell’architettura modernista

Chandigarh: l’utopia svizzera nel cuore dell’India

Chandigarh è l’utopia modernista che Le Corbusier ha inciso in India: una città progettata da zero, tra ordine svizzero e vitalità indiana, dove l’idea di urbanistica diventa racconto politico e umano

  • Un'ora fa
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  • dunicid/wikimedia
Di: CasaSvizzera/Mat 

Ci sono città che sembrano nate per accumulo, altre per necessità. E poi c’è Chandigarh, che sembra uscita da un modellino dimenticato su un tavolo da disegno. Nel cuore dell’India del dopoguerra, mentre il Paese cercava di ricomporsi dopo la Partizione, qualcuno decise che la nuova capitale del Punjab non sarebbe stata una città come le altre. Sarebbe stata un manifesto. Un esperimento. Un’utopia modernista piantata nel terreno rosso del subcontinente.

La storia comincia quando l’India perde Lahore, finita oltre il nuovo confine pakistano. Serve una capitale nuova, e serve in fretta. La scelta cade su un’area rurale, senza edifici, senza memoria urbana. «Una città progettata da zero», racconta Daniele Barloggio in CasaSvizzera, «una zona di campagna senza nemmeno un edificio».

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Dalla banconota alla salsa: storie svizzere che viaggiano lontano

Casa Svizzera 08.01.2026, 09:10

  • Alice Pedrazzini e Fabrizio Casati

A quel punto entra in scena Le Corbusier, chiamato dal governo indiano nel 1950 per immaginare una città che fosse moderna, funzionale, razionale. Una città che incarnasse i suoi principi: ordine, luce, spazio. Come ricorda il sito ufficiale dell’amministrazione di Chandigarh, il suo masterplan trasformò l’idea iniziale in una griglia rigorosa, una “Garden City” post-bellica pensata per mezzo milione di abitanti.

Il risultato è una città divisa in settori, ciascuno autosufficiente, con scuole, parchi, mercati, luoghi di culto. «È una città che rompe con qualsiasi città dell’India», dice Daniele Barloggio, «organizzata come una griglia, con settori indipendenti». Niente vicoli, niente bazar, niente caos coreografico: solo linee rette, prospettive, ordine. Una calma che spiazza, quasi sospetta.

Il Capitol Complex, oggi Patrimonio UNESCO, è il cuore simbolico della città. Lì si trovano l’Alta Corte, il Palazzo dell’Assemblea e il Segretariato: tre monoliti di cemento grezzo che incarnano la poetica brutalista di Le Corbusier. Il progetto fu una sfida titanica: fondi limitati, logistica primitiva, un clima ostile. Eppure, da quelle difficoltà nacque uno dei complessi modernisti più influenti del XX secolo.

Chandigarh è anche una città sorprendentemente vivibile. Ampie aree verdi, piste ciclabili, marciapiedi larghi. «Mi rendo conto di quanto è bello avere piste ciclabili e marciapiedi dove puoi vagare tranquillamente», osserva Barloggio. Un lusso raro in India, dove attraversare la strada è spesso un atto di fede.

Poi ci sono i dettagli che raccontano la città meglio di qualsiasi teoria. Come i tombini: disegnati da Le Corbusier con la planimetria della città fusa nel metallo, sono diventati oggetti da collezione. Un paradosso perfetto: l’utopia modernista finisce su eBay.

E c’è un altro legame inatteso: la vecchia banconota svizzera da 10 franchi. Sul retro, accanto al volto di Le Corbusier, compare una porzione della facciata del Palazzo dell’Assemblea. Un frammento di Chandigarh stampato su una banconota elvetica. Un ponte simbolico tra due mondi che non potrebbero essere più distanti.

Il verso della banconota da 10 franchi svizzeri della ottava serie con rappresentati il palazzo di giustizia a Chandigarh, la facciata della segreteria; il "Modulor" e Il palazzo della segreteria

Il verso della banconota da 10 franchi svizzeri della ottava serie con rappresentati il palazzo di giustizia a Chandigarh, la facciata della segreteria; il "Modulor" e Il palazzo della segreteria

  • Keystone

Il progetto di Chandigarh segnò una nuova era dell’architettura moderna in Asia meridionale. Eppure, camminando tra i suoi viali alberati, si ha la sensazione che l’utopia di Le Corbusier sia ancora lì, sospesa, incompiuta, come se aspettasse qualcuno disposto a prenderla sul serio.

Forse Chandigarh non è la città perfetta che Le Corbusier immaginava. Ma è una città che ha osato. E in un mondo dove le città crescono per accumulo, non per visione, questo basta per renderla un unicum. Un luogo dove l’ordine svizzero ha incontrato l’anima indiana, generando qualcosa che non assomiglia a nessuno dei due.

Un’utopia che ci mostra cosa può essere una città, quando la si immagina davvero.

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