Arte e Spettacoli

L’avanguardia che non smette di bussare

Da utopia incendiaria a fantasma che ancora incrina il presente. Morta come movimento, l’avanguardia sopravvive come eco diffusa, capace di disturbare e spostare lo sguardo

  • Oggi, 11:00
I futuristi Russolo, Carra, Marinetti, Boccioni e Severini fotografati nel 1912

I futuristi Russolo, Carra, Marinetti, Boccioni e Severini fotografati nel 1912

Di: Alphaville/Mat 

C’è un momento, leggendo il saggio di Trione Rifare il mondo. Le età dell’avanguardia, in cui si capisce che l’avanguardia non è un capitolo della storia dell’arte: è un fantasma che continua a bussare. Un fantasma ostinato, che non accetta di essere archiviato. Perché l’avanguardia, prima di diventare parola da manuale, è stata una delle più «appassionanti utopie profezie che l’arte occidentale abbia elaborato». Una promessa di mondo nuovo, pronunciata con la sfrontatezza di chi crede che l’arte possa davvero cambiare le cose.

Vincenzo Trione (al microfono di Marco Pagani in Alphaville) lo dice con chiarezza: l’avanguardia non è mai stata un semplice stile, ma un gesto di sfondamento. Un tentativo di «provare a farsi spazio capace di intuire nell’hic et nunc degli scenari possibili». Un atto di fede nel futuro, prima ancora che un programma estetico. Eppure, come tutte le fedi troppo ardenti, ha finito per bruciarsi da sola. L’istituzione l’ha addomesticata, il mercato l’ha lucidata, il museo l’ha messa in teca. La ribellione è diventata protocollo.

13:30
"Rifare il mondo. Le età dell'avanguardia" di Vincenzo Trione, Einaudi (dettaglio di copertina)

Quel che resta dell’avanguardia

Alphaville 06.01.2026, 11:45

  • einaudi.it
  • Marco Pagani

Il paradosso è tutto qui: l’avanguardia voleva rifare il mondo, ma è il mondo che l’ha rifatta a sua immagine. Oggi sopravvive in forma di eco, di residuo, di scintilla intermittente. Non più movimento, ma atmosfera. Non più rottura, ma citazione. Eppure, proprio in questa dispersione, qualcosa resiste. Una specie di brace sotto la cenere.

Trione la rintraccia dove meno ce l’aspetteremmo: nelle sfilate, nei concerti-spettacolo, nei linguaggi pop che si appropriano della radicalità per trasformarla in esperienza collettiva. È lì che sopravvive un’avanguardia diffusa, una «Ur avanguardia cioè di avanguardia eterna», che non pretende più di rifondare il mondo, ma continua a incrinare la superficie del presente.

Il punto, allora, non è chiedersi se l’avanguardia sia morta. È chiedersi cosa facciamo noi, oggi, con la sua eredità. Se la trattiamo come un reperto o come un attrezzo. Se la usiamo per capire il nostro tempo o per decorarlo. Perché l’avanguardia, quando è viva, non consola: disturba. Non intrattiene: sposta.

E forse è proprio questo che Trione ci invita a fare. Non rimpiangere la stagione eroica delle rotture, ma imparare a riconoscere le microfratture del presente. Le incrinature che non fanno rumore, ma aprono spiragli. Lì, in quei punti di pressione, l’avanguardia continua a lavorare. Silenziosa, ostinata, necessaria.

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