Giovanni Segantini, Autoritratto, 1895
Giovanni Segantini, Autoritratto, 1895 (© Museo Segantini, St. Moritz)

Giovanni Segantini

Il pittore alla ricerca della Natura

Partita è su i venti ebra di libertà l’anima dolce e rude
di colui che cercava una patria nelle altezze più nude
sempre più solitaria.
Gabriele D’Annunzio, Per la morte di Giovanni Segantini, 1904

Stava lavorando a uno dei suoi massimi capolavori, la parte centrale del Trittico della Natura, sul monte Schafberg, sopra Pontresina, quando il 28 settembre 1899, all’età di 41 anni, Giovanni Segantini morì, colpito da un violento attacco di peritonite. Era nel pieno della sua maturità artistica, ispirato e avvinto dalla imponente bellezza del paesaggio alpino, “al centro del Tutto” per usare le sue parole. Conscio della sua imminente dipartita, disteso sofferente nella baita sullo Schafberg, chiese di affacciarsi alla finestra così da poter contemplare per l’ultima volta le “sue montagne”.

Breve ma intensissima, segnata da picchi e precipizi, la vita di Segantini (nato il 15 gennaio 1858) fu tutta tesa all’elevazione, fisica e spirituale, umana e artistica. Avvicinandosi progressivamente alle maestose cime dell’Engadina, la sua arte raggiunse via via livelli eccelsi, forte del legame mistico e viscerale con il territorio montano. “La Natura era divenuta per me come un istrumento che suonava accompagnando ciò che cantava il mio cuore. Ed esso cantava le armonie calme dei tramonti ed il senso intimo delle cose, nutrendo così il mio spirito d’una melanconia grande, che producevami nell’anima una dolcezza infinita”.

La vita e le opere di Giovanni Segantini

La vita e le opere di Giovanni Segantini

A cura di Mirto Storni (Archivi RSI, 1991)

 

Dotato di una tenacia e una consapevolezza non comuni, da bambino e ragazzo orfano e indigente, pressoché analfabeta e oltretutto apolide, Segantini diventò uno dei pittori più talentuosi e ardimentosi dell’Ottocento. Oggi è una figura leggendaria, conosciuta e celebrata grazie al suo meraviglioso lascito artistico, ma anche alla produzione epistolare e ai testi di suo pugno giunti a noi, che ci permettono di comprenderne meglio la peculiare visione del mondo e dell’arte (interessante a questo proposito il volume Giovanni Segantini, Lettere e scritti sull’arte, a cura di Lorella Giudici, Abscondita, Milano 2014).

“La mia grande inclinazione, quella pel cui ideale lottai tutta la vita, solo, contro tutti, e contro tutte le leggi, fu per la conservazione della libertà del mio io”, scrive Segantini nel 1896 all’amica Neera, pseudonimo della scrittrice Anna Zuccari Radius. Una lotta per l’affermazione come uomo e come artista, e  per il raggiungimento di uno stato di appagamento e pace che il pittore trova, infine, fra il cielo terso e i verdi pascoli delle Alpi svizzere. La conquista dell’altitudine come ascesa verso la purezza; la montagna come luogo di vita e raccoglimento, ispirazione e rapimento estatico.

Giovanni Segantini, Ritorno dal bosco, 1890
Giovanni Segantini, Ritorno dal bosco, 1890 (© Museo Segantini, St. Moritz)

Del resto, Giovanni Battista Emanuele Maria Segatini (la N del cognome sarà aggiunta in seguito)  tra le montagne vi nasce, precisamente ad Arco, in Trentino, all’epoca sotto l’Impero Austriaco. Ma da queste è costretto ad allontanarsi in tenera età, in seguito alla prematura morte della madre. Il padre, infatti, lo porta a Milano, affidandolo alla sorellastra Irene, che non si cura granché di lui, anzi. A soli dodici anni Segantini viene arrestato per ozio e vagabondaggio nel capoluogo meneghino, quindi internato al riformatorio Marchiondi. Riesce a uscirne dopo qualche tempo, grazie al fratellastro Napoleone, che lo riporta in Trentino e lo inizia alla fotografia nella sua bottega. Ma Segantini torna ben presto a Milano per studiare pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, frequentando dapprima i corsi serali e poi quelli regolari, e lavorando al contempo come garzone presso la bottega di Luigi Tettamanzi. A Brera, Segantini stringe amicizia con Gaetano Previati, Emilio Longoni e Angelo Morbelli, inizia a distinguersi per il suo talento e a ricevere i suoi primi riconoscimenti, grazie a dipinti come Il coro di Sant’Antonio. Ed è sempre a Brera che viene scoperto dal gallerista Vittore Grubicy, che decide di promuoverlo e sostenerlo economicamente. Sia Vittore sia più tardi suo fratello Alberto avranno un ruolo importante per la carriera e la crescita culturale di Segantini.

Nel 1881, insofferente alla vita cittadina, il pittore si sposta in Brianza, con la compagna di tutta la vita Bice Bugatti, sorella dell’ebanista liberty Carlo, con la quale avrà quattro figli. Quello brianteo è per Segantini un periodo breve ma di intenso lavoro, in cui la sua attenzione è catturata dalla semplicità della vita contadina e dalla quiete della dimensione agreste: il dipinto Alla stanga è uno degli apici di questi anni, tanto da vincere una medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Amsterdam.

Ma la ricerca di un luogo più in sintonia con la propria indole spinge l’artista a stabilirsi nel 1886 con la famiglia a Savognino, un villaggio delle Alpi grigionesi, a circa 1200 metri di altitudine. È qui che Segantini inizia a essere considerato il “pittore della montagna” e a mutare il suo stile, passando dall’iniziale naturalismo di matrice lombarda alla peculiare tecnica divisionista, di cui una delle prime testimonianze è la ristesura dello splendido dipinto Ave Maria a trasbordo, seguito poi da altre esemplari opere colme di luce e di colore steso in lunghi filamenti, come Il ritorno dal bosco, Mezzogiorno sulle Alpi e Pascoli di primavera, solo per dirne alcune.

Giovanni Segantini, Mezzogiorno sulle Alpi, 1891
Giovanni Segantini, Mezzogiorno sulle Alpi, 1891 (© Museo Segantini, St. Moritz)

Nel 1894, infine, l’ascensione dell’artista si arresta a Maloja, in Alta Engadina, a 1800 metri d’altitudine. Qui Segantini affitta lo chalet Kuoni, dove vivrà con la famiglia fino alla tragica morte, spostandosi durante gli inverni a Soglio per sfuggire al gelo. A contatto con una natura ancora più maestosa, Segantini la studia nelle sue “forme più vive e nel suo colore più luminoso”; caricati sulle spalle tele, pennelli e colori, si incammina su ripidi sentieri per raggiungere i punti più panoramici e dipingere per ore, giorni, mesi en plein air, dando vita a lavori pervasi da un respiro lirico, espressione di una profonda simbiosi con la natura. 

“Anche la terra partorisce i fiori, gli alberi, le erbe e i licheni. E così, pensando all’intimo sentimento delle cose, dipingo, e il mio pennello scorre lieto accarezzando i fili d’erba, i fiori, i prati, i colli, i monti, le rocce, il cielo, gli uomini e gli animali, concedendo ad ogni parte la parte migliore di me stesso: l’amore, godendone immensamente. Il piacere della vita sta nel sapere amare, nel fondo d’ogni opera buona c’è l’amore. L’amore è fonte di bellezza”. Queste parole di Segantini, riportate in una lettera del 1898 indirizzata al conte di Soissons, spiegano bene il suo innato amore per il paesaggio circostante. È una natura pulsante, dalla forte connotazione emozionale, vera e al contempo immaginifica quella ritratta dal pittore, che nell’ultima fase della sua esistenza si orienta sempre più verso motivi di impronta simbolista (L’angelo della vita, Il castigo delle lussuriose, Le cattive madri, L’amore alla fonte della vita…).

Il fulgido percorso di Giovanni Segantini si conclude con quello che è considerato il suo testamento artistico: il Trittico della Natura (La Vita, La Natura, La Morte), grandioso esempio di espressione del Sublime, a cui il pittore lavora dal 1896 fino alla sua improvvisa morte. Trittico che definisce nella sua unitarietà dopo aver accantonato l’ambizioso progetto per un gigantesco Panorama dell’Engadina da esporre all’interno di un innovativo padiglione da lui stesso ideato e destinato all’Esposizione universale di Parigi del 1900,  un progetto che purtroppo non va in porto a causa dei costi elevati.

In una calorosa lettera di Segantini a Giuseppe Pellizza da Volpedo leggiamo: “[…] Sarò felice quel giorno che noi in un eletto drappello combatteremo uniti contro la volgarità per la bellezza del senso del colore, per la luce che dà vita alla natura, per la purezza viva e ardente della forma di tutte le cose che dà all’opere nostre quell’armonia ideale dell’anima che si dona all’opera per vivere in essa”. Contemplando i tanti notevoli lavori che ci ha lasciato, non possiamo che renderci facilmente conto di quanto Segantini la sua personale battaglia per la bellezza, la purezza e l’armonia ideale dell’anima l’abbia combattuta e vinta in modo encomiabile.

 

Francesca Cogoni
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