John Carpenter

Fuori e dentro la nebbia

È il 21 aprile del 1980. Un incubo avvolge la cittadina di Antonio Bay. È in questa notte che una ciurma di spettri torna in vita, emergendo da una misteriosa nebbia luminescente, per esigere una tremenda vendetta dopo un crimine subito cento anni prima. È in questa data che si svolge The Fog, uscito lo stesso anno. È uno dei classici di John Carpenter, maestro del cinema horror e fantastico. Un regista – ma anche sceneggiatore e compositore – allora in piena ascesa e che poi ha vissuto uno strano destino: non gli sono state risparmiate cocenti delusioni e fiaschi, ma negli anni molti dei suoi film meno fortunati si sono trasformati in punti di riferimento sia per gli appassionati che per i registi venuti dopo di lui.

Una meteora piomba sugli spettatori aprendo il classico della fantascienza It Came from Outer Space (1953) di Jack Arnold. Quando la madre lo porta al cinema a vederlo, il piccolo John ha cinque anni o giù di lì. È il momento, spaventoso ed esaltante, in cui di fronte ai suoi occhi si apre un universo. Quella meteora lo trascina con sé nel mondo del cinema, forse perché anche lui è già un outsider, catapultato su un altro pianeta lontano da dove è cresciuto.  Nato nel 1948 a Carthage nello stato di New York, in quel periodo infatti si trasferisce con la famiglia a Bowling Green nel Kentucky, dove il padre insegna musica alla locale università. Proprio la musica è, con il cinema, la passione fondamentale di John fin da bambino. E ci sono anche i fumetti: i racconti dell’orrore di Tales from the Crypt oppure quelli di fantascienza di Weird Science. Tutto questo avrà un peso enorme sulla sua filmografia.

Per studiare cinema, arriva all’University of Southern California nel 1969. Tutto lo interessa, non solo la regia, ma anche la sonorizzazione, le luci, il montaggio. All’università si consolida anche il suo amore per i registi della Hollywood classica, primo fra tutti Howard Hawks che avrà grande influenza sulla sua produzione. Fra i corti a cui collabora c’è The Resurrection of Bronco Billy (1970), una riflessione su un altro genere che gli sta profondamente a cuore, il western, che sotto mentite spoglie tornerà in molti suoi film. Carpenter è fra gli sceneggiatori e si occupa del montaggio e delle musiche. Il cortometraggio vince addirittura un Oscar. Sempre da un corto universitario prende le mosse anche il lungometraggio d’esordio di Carpenter. Scritto con Dan O’Bannon, il fantascientifico Dark Star (1974), da un lato fa ironicamente il verso a Kubrick – la bomba “intelligente” del film è il corrispettivo di Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio e richiama, insieme alle sequenze finali di surf fra le stelle, il Dottor Stranamore – dall’altro pone le basi per il ben più inquietante capolavoro di Ridley Scott, Alien (1979), di cui è sempre O’Bannon a firmare la sceneggiatura, saccheggiando quella del film di Carpenter.

Se l’amore primigenio per la fantascienza compare nel film di debutto, il secondo mette sul tavolo altri elementi propri del miglior Carpenter. Il tema dell’assedio è ricorrente nella sua filmografia, così come le ambientazioni circoscritte o claustrofobiche. Le colonne sonore composte dallo stesso Carpenter al sintetizzatore, insieme alla tecnica registica estremamente efficace, sono un altro elemento che caratterizza la tensione palpabile dei suoi film. Tutto ciò è già presente in Distretto 13: le brigate della morte (1976). Influenzato da Un dollaro d’onore (Rio Bravo, 1959) di Hawks e da La notte dei morti viventi (1968) di George Romero, il film racconta un’alleanza fra poliziotti e prigionieri costretti a difendere l’edificio in cui si trovano dagli attacchi di una gang. Distretto 13 è emblematico anche per quanto riguarda la sua accoglienza. All’uscita non scalda gli animi, ma dopo il successo al London Film Festival del 1977 il vento cambia.

Il successo di Halloween (1978) è invece quasi immediato. Con il suo limitato budget di circa 300 mila dollari, è il film indipendente che ha incassato di più nella storia fino a The Blair Witch Project (1999), portandosi a casa oltre 47 milioni di dollari e dando vita a un longevo franchise a cui il regista ha partecipato come produttore. Carpenter lo scrive in una decina di giorni insieme alla fidata collaboratrice Debra Hill. Girato in sole tre settimane, diventa una pietra miliare del genere. Lo psicopatico Michael “The Shape” Myers con il volto celato dietro l’inquietante maschera bianca (una maschera del Capitano Kirk di Star Trek modificata) è fra le più celebri icone dell’horror contemporaneo, un personaggio imparentato col Norman Bates di Psyco, ma con in più un tocco sovrannaturale da male incarnato.  L’ambientazione, una realistica provincia americana, aumenta l’impatto delle sue nefandezze. In un gioco di rimandi, il film lancia anche la carriera cinematografica di Jamie Lee Curtis, figlia proprio di quella Janet Leigh protagonista femminile del capolavoro di Hitchcock. Non passa molto tempo perché Carpenter metta insieme madre e figlia nel cast di The Fog (1980). È il suo primo film per Hollywood ed è una ghost story popolata da pirateschi fantasmi che sembrano usciti dalle pagine dei fumetti letti in gioventù.  Atmosfere sinistre, una cittadina isolata, lo schema temporale notte-giorno-notte, la tensione magistralmente sostenuta da musica e immagini: qui dentro di Carpenter c’è davvero tanto.

Prima di The Fog, il regista ha avuto una parentesi televisiva. Nel thriller Someone’s Watching Me (1978) ha diretto per la prima volta Adrienne Barbeau che sarà la protagonista di The Fog nonché la sua prima moglie. In Elvis (1979) ha invece diretto l’ex star Disney Kurt Russell, destinato a diventare il suo attore-simbolo. È proprio lui il protagonista del successivo 1997 Fuga da New York. In questa visione distopica del futuro (siamo nel 1981 quando il film esce), Manhattan è un carcere di massima sicurezza dove vigono violenza e anarchia. L’antieroe Snake Plissken – incomprensibilmente divenuto “Iena” nella versione italiana – deve andare in quell’inferno per compiere una missione impossibile... Benda sull’occhio e modi spicci, individualista, disilluso e non privo di ironia, il personaggio interpretato da Russell è figlio dei western di Leone ed entra subito nell’immaginario. Il film avrà un sequel, meno incisivo ma dagli incassi decenti nel 1996, Fuga da Los Angeles.

A interrompere la serie positiva arriva però La cosa (The Thing, 1982), che alla sua uscita è un flop stroncato dai critici. Tecnicamente è il remake del classico  The Thing from Another World (1951) di Howard Hawks e Christian Nyby. In realtà Carpenter se ne appropria recuperando molto del racconto originale (Who Goes There? di John W. Campbell Jr.)  e aggiungendovi livelli di orrore impensabili. Orrore che da una parte per la prima volta si fa palesemente visivo, fisico, con le terrificanti trasformazioni di un alieno mutaforma sepolto tra i ghiacci e ritrovato dai membri di una spedizione polare; dall’altro è psicologico, perché dà corpo alla paranoia di un gruppo di personaggi (fra cui ancora Russell) isolati dal mondo in una base sperduta nel nulla, dove nessuno si fida di nessuno perché, contrariamente all’originale di Hawks, ognuno può essere il mostro. Una situazione alla Huis-clos a cui Tarantino si ispirerà per The Eigthful Eight (2015). La tensione attanagliante, l’atmosfera, gli effetti speciali, la fotografia e la musica – perfettamente in linea con le atmosfere carpenteriane benché opera nientemeno che di Ennio Morricone – ne fanno un autentico gioiello, anche se The Thing ci metterà più di un buon decennio, fino all’uscita in home video digitale, per essere apprezzato come merita. A giocargli contro fu anche l’uscita quasi in contemporanea di E.T. di Spielberg, con il suo rassicurante e commovente extraterrestre.

Con questo doloroso insuccesso comincia un periodo di declino per Carpenter, rotto praticamente solo dalla buona resa al botteghino di Starman (1984), storia romantica – e come sempre fantastica – con Jeff Bridges. Inutile dire però che anche alcuni dei film diretti fino al 2010 – data del suo ultimo lungometraggio, il non memorabile The Ward – godranno del solito processo di rivalutazione successivo.  È il caso di Essi vivono (1988), il film più politico di Carpenter, una feroce critica alla società reaganiana, in cui la popolazione è manipolata da alieni attraverso messaggi subliminali. Fra gli altri titoli degni di nota ci sono Christine (1983) tratto da Stephen King, un solido classico minore dell’horror, Il villaggio dei dannati (1995), remake del film del 1960 diretto da Wolf Rilla, Il signore del male (1987), dove confluiscono temi religiosi e l’interesse per la fisica quantistica e Il seme della follia (1994), allucinato omaggio a Lovecraft. Avventure di un uomo invisibile (1992) è una commedia fantastica che non sfonda al box office, come prima non aveva sfondato il divertente Grosso guaio a Chinatown (1986), ancora una volta con Russell. Vampires (1998) rivisita con atmosfere western le zannute figure dell’horror classico mentre Ghost from Mars (2001) è una rielaborazione fantascientifica di Distretto 13.

“La mia filosofia del cinema è che i film non sono opere intellettuali, non sono idee come succede in letteratura”, ha dichiarato il regista (John Carpenter, Fabrizio Liberti, Il castoro cinema). “I film sono emozioni, un pubblico dovrebbe piangere, ridere o spaventarsi (…) proiettarsi nel film, in un personaggio, in una situazione e reagire”. Oggi che John Carpenter ha 72 anni e si è dato prevalentemente alla musica e a qualche sporadica produzione tv – benché le voci su un suo possibile ritorno al cinema ogni tanto si facciano sentire – sono forse queste semplici parole a spiegare come e perché sono in molti ad avere nel cuore i suoi film. Film che, come la ciurma lebbrosa di The Fog, negli anni hanno il vizio di uscire dalla nebbia per reclamare quanto spetta loro.

Fabrizio Coli
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