(© bpk - Angelika Platen)

Joseph Beuys

Lo “sciamano” dell'arte

È stato uno degli artisti più complessi, carismatici e rivoluzionari della seconda metà del Novecento. Difficile incasellarne e interpretarne la produzione e la personalità in maniera univoca. Disegnatore, scultore, ideatore di azioni e installazioni, attivista, insegnante e teorico, Joseph Beuys ha saputo scrutare profondamente il proprio tempo e proiettarsi nel futuro come nessun altro artista è mai riuscito a fare.

A cent'anni dalla sua nascita (Krefeld, Germania, 12 maggio 1921), viene spontaneo domandarsi che cosa avrebbe pensato oggi Beuys di questo mondo devastato da cambiamenti climatici, collasso ambientale e crisi globali. Lui che del rispetto dell'ambiente e del rapporto uomo-natura aveva fatto il perno della propria ricerca. A questo proposito, hanno un che di profetico le parole dell'ultima discussione pubblica, Difesa della Natura, tenuta dall'artista il 13 maggio 1984 a Bolognano, in Abruzzo: “Se gli uomini non possono far altro che rimanere imprigionati nella loro stupidità, se si rifiutano di dare considerazione all'intelligenza della natura, se si rifiutano di mostrare una capacità di entrare in rapporto di collaborazione con la natura, allora la natura farà ricorso alla violenza per costringere gli uomini a prendere una decisione. O lo faremo o non lo faremo. E se non lo faremo, ci troveremo a dover fronteggiare una serie di enormi catastrofi che si abbatteranno su ogni angolo del pianeta. […] Possiamo decidere ancora di allineare la nostra intelligenza con la natura”.

A Bolognano, Beuys approdò per la prima volta all'inizio degli anni Settanta, su invito dei coniugi Lucrezia De Domizio e Buby Durini, suoi grandissimi sostenitori. Il piccolo centro dell'entroterra pescarese diventò per Beuys quasi una seconda casa negli ultimi quindici anni della sua vita: qui elesse il proprio studio, portò avanti una serie di attività a salvaguardia dell'ambiente e della creatività umana, tra cui la significativa azione Piantagione Paradise, e ricevette anche la cittadinanza onoraria. Fu il culmine di un percorso al crocevia tra arte, scienza, politica e filosofia, improntato su una visione antropologica dell'arte e sui principi dell'intuizione, dell'ispirazione e dell'immaginazione, riprendendo in parte l'antroposofia steineriana.

“Joseph Beuys era un uomo speciale: un unicum fenomenologico. Possedeva un fascino rituale, trascendentale, comune solo agli esseri divinatori. […] Quando attraversava un luogo o entrava in un posto non era soltanto il suo mitico abito, adottato come uniforme simbolica di propaganda del suo credo, a renderlo riconoscibile; ciò che era sorprendente in lui era quell'assoluta identità dello spirito invisibile della sua natura interiore che lasciava attoniti gli astanti. Lo guardavano estasiati e curiosi, soprattutto si sentivano coinvolti a sviluppare l'immaginazione creativa e il senso dell'invisibile” ricorda Lucrezia De Domizio Durini nel catalogo Joseph Beuys. L'immagine dell'Umanità (Silvana Editoriale, 2001).

Joseph Beuys, Scheveningen, 197
Joseph Beuys, Scheveningen, 197 (© Caroline Tisdall)

Sguardo acuto e volto scavato, modi gentili, il gilet sopra la camicia bianca e l'immancabile cappello di feltro, Joseph Beuys aveva sì una forte presenza scenica e grandi doti comunicative, ma a farne una personalità magnetica, dall'aura quasi mistica, tanto da guadagnarsi l'appellativo di “sciamano dell'arte”, furono senz'altro anche la peculiarità, la profondità e la ricchezza simbolica della sua pratica, oltreché l'effettivo compenetrarsi di arte e vita. Basti pensare ad alcune delle sue azioni più note, come How to Explain Pictures to a Dead Hare (1965), dove, con il capo ricoperto di miele e foglia d'oro, l'artista sussurrava a una lepre morta; oppure I Like America and America Likes Me (1974), in cui, avvolto in una coperta di feltro, si rinchiuse per tre giorni in una galleria newyorkese in compagnia di un coyote, emblema di un mondo scomparso. Azioni concepite come dei rituali, in cui l'universo animale e i materiali utilizzati (feltro, grasso, cera d'api, miele, legno, l'ardesia delle lavagne usate nei tanti incontri pubblici) rievocano l'energia del cosmo e il legame essenziale tra uomo e natura.

Joseph Beuys, Aktion I like America and America likes me, 1974
Joseph Beuys, Aktion I like America and America likes me, 1974 (© Caroline Tisdall)

Indubbiamente, in questo approccio non convenzionale all'arte ebbero un peso rilevante alcune vicende biografiche: l'infanzia trascorsa a Kleve, piccola cittadina sulla riva del Reno, un territorio punteggiato da paludi, dune e caratteristiche costruzioni, e poi l'esperienza bellica vissuta in gioventù, come operatore radio e pilota dell'aviazione tedesca durante la Seconda guerra mondiale, con il traumatico episodio, più volte raccontato dallo stesso Beuys, dello schianto aereo in Crimea e del successivo soccorso da parte di un gruppo di tartari che lo curarono con grasso e feltro, e infine l'internamento in un campo di prigionia inglese al termine del conflitto.

Joseph Beuys, Aktion im Moor, Eindhoven, 1971
Joseph Beuys, Aktion im Moor, Eindhoven, 1971 (© Maya Gorgoni)

“Certamente gli incidenti in guerra produssero un effetto ritardato su di me, ma qualcosa doveva pure morire. lo credo che questa sia stata forse una delle fasi più importanti per me, nel senso che dovetti riorganizzarmi completamente nella mia costituzione; mi ero tirato dietro un corpo per troppo tempo” dichiarò a questo proposito l'artista. Mutato nel fisico e nello spirito, dopo la guerra Beuys decise di iniziare una nuova vita, tutta dedicata all'arte e alla creatività come “messa in forma della libertà”.

Joseph Beuys, 7000 Eichen, documenta 7, 1982
Joseph Beuys, 7000 Eichen, documenta 7, 1982 (© documenta Archi)

Dalla partecipazione ai primi eventi del gruppo Fluxus all'occupazione della Kunstakademie di Düsseldorf, dove insegnava, dalla fondazione dell’Organizzazione per la democrazia diretta attraverso referendum e poi della F.I.U. Free International University fino alla suggestiva e memorabile azione 7000 Eichen in occasione di Documenta VII a Kassel: l'intero cammino di arte e vita intrapreso da Beuys è stato espressione di quella “scultura sociale” da lui costantemente propugnata, ossia un'idea di arte aperta, democratica e universale, forza attiva e trasformatrice capace di investire ogni sfera dell'agire umano e di condurre a un rapporto rinnovato e armonioso con la natura. Con il celebre slogan “ogni uomo è un artista”, infatti, Beuys non intendeva dire che tutti possono essere pittori o scultori, bensì che ciascuno, nel proprio ambiente, è un potenziale artista se agisce in modo creativo, libero, responsabile e critico.

Un pensiero ancora profondamente attuale, quello di Joseph Beuys, che in occasione del centenario dalla nascita vale la pena riscoprire e approfondire, anche grazie alle tante iniziative e mostre organizzate in particolare nella sua terra natia e in Italia.

Francesca Cogoni
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