Klee Poeta

Quasi un Prometeo

«Nell’aldiqua sono inafferrabile.
Abito bene con i morti
come con i non nati. Sono
più vicino al cuore della creazione.
Eppure non abbastanza.
(Paul Klee, 1920, Poesie, Abscondita, trad. Ursula Bavaj e Giorgio Manacorda)

Come dirà Edel Adnan a Obrist, Paul Klee appartiene a quella stirpe di geni che stanno stretti nelle singole definizioni. Pittore, incisore, musicista, poeta, designer, teorico dell’arte; ognuna di queste definizioni non può essere presa senza tener debito conto di tutte le altre. Sarebbe affatto un errore credere che, ad esempio, la sua produzione letteraria sia marginale rispetto a quella figurativa. Klee sa che «un artista deve essere un’infinità di cose: poeta, naturalista, filosofo» (Klee, Diari, Abscondita); perché l’arte alligna nella più intima terra della vita. Impossibile pensare la vita senza l’arte, e l’arte senza la vita. Nei Diari Klee dichiara nondimeno il processo di formazione in cui egli forgia se stesso come strumento di creazione: «dovevo divenire innanzi tutto un uomo. L’arte sarebbe venuta in seguito, come conseguenza» (Monaco, 1898).

Gli anni giovanili di Klee sono segnati da una forte indecisione sull’arte a cui dedicarsi. La musica, la letteratura, l’arte figurativa; quale scegliere? La passione per la musica è forte, ma non vi è vocazione. Klee capisce di non voler diventare un violinista poiché, come dice, gli manca l’attitudine al virtuosismo – anche se non smetterà mai di suonare. Allora rimangono l’arte e la poesia, e qui la scelta si fa più ardua. Come ricorda, i suoi primi tentativi durante gli studi accademici non saranno pittorici, ma poetici. «Avrò la gloria come pittore? Oppure come scrittore, o come poeta lirico moderno? Infauste fantasticherie. Così rimango senza vocazione e perdo tempo». L’indecisione lo accompagnerà a lungo, ma «esser poeta, la coscienza di esserlo, non dovrebbe ostacolare l’arte figurativa». Klee è un’onda che oscilla nella tempesta delle sensazioni, l’intensità è tanto forte e «da nessuna parte vi è un nume che domini il caos»; allora l’arte, là dove i numi non appaiono, si deve assumere questo modesto compito.

«Io somiglio al dirupo
dove la resina cuoce nel sole
dove i fiori bruciano.
Mi rinfresca solamente la Notte
di Valpurga, e là volo
come una lucciola e subito
so dov’è accesa una piccola lanterna.»
(Klee, 1899)

Molte sono le poesie presenti nei Diari, ma esiste un quaderno blu nel quale, scritte a matita, ne compaiono molte altre. Questo quaderno verrà scoperto solo dopo la morte di Klee e sarà pubblicato dal figlio Felix. Leggendolo appare subito chiaro che Klee non colora i versi con aggettivi, ma con verbi e sostantivi: «kochen», «brennen», «glühen», «Glut», «Blut». Il colore non viene nominato, ma evocato nella sue presenze particolari, nel sangue, nell’ardore – parole dense di antichi simboli. Il colore non può mai essere generico, questo un pittore lo sa meglio di chiunque altro. Ma questo stile, questa incandescenza lirica rivela qualcosa, un temperamento, un anelito.

«Io sono Dio.
Tanta divinità
si è accumulata in me
che non posso morire.
La mia testa brucia da scoppiare.
Uno dei mondi
che nasconde
deve nascere.
Ma prima di creare
devo soffrire.»
(Klee, 1901)

In uno scambio di lettere con Franz Marc, Klee accenna a un Io divino: «unica realtà degna di fede in ogni creazione artistica». Sono gli anni della guerra e i due cercano insieme il fondo della realtà, ma confrontandosi con Marc emergono degli aspetti distintivi dell’artista bernese: «Io cerco soltanto di relazionarmi a Dio, e se sono in armonia con Dio non voglio supporre che gli altri non siano in armonia con me; questo è affar loro». Marc è più amato di Klee perché Klee vuole abitare sul confine tracciato tra i vivi e i morti. L’universale lo attrae. Non terreno il suo «amore è lontano e religioso». Contempla il mondo da un luogo remoto, primigenio, e da lì pone formule che avvolgono umani e animali, piante e minerali. Né verità né errore. «Sono calore? O gelo? Non è più il caso di porsi simili domande quando si è andati oltre l’incandescenza». Ben poco lo accomuna agli altri. «L’uomo della mia opera non è specie, ma punto cosmico». Klee guarda lontano lasciandosi sfuggire ciò che è vicino, anche nella sua bellezza; ma «arte è sinonimo di creazione. Neppure Dio si è curato dell’attualità contingente».

A Tunisi Klee comprende qualcosa. Quando si leva la luna del Sud il divario tra lui e la natura si ingigantisce; ma nell’impotenza questa luna getta luce sul cammino che egli dovrà percorrere. Per questo non prova sconforto. «Non si deve aver fretta se si esige molto da se stessi». E d’altra parte, come egli stesso confessa, giungere alla meta sarebbe quanto vi è di più critico. Ciononostante Klee lotta, persiste e insiste perché vuole salire, emergere dalle nuvole che confinano il regno divino. Per Klee il punto non è vedere l’invisibile, ma viverci dentro. Avere dimora tra i morti e i non nati, vicino al cuore della creazione. E questa vicinanza è l’arte. «Mein Stern ging auf / tief unter meinen Füßen» (la mia stella sorse dal profondo sotto i miei piedi). Dall’indistinto emerge qualcosa e questo qualcosa non viene dall’artista, bensì da Dio, «benché solamente un’eco, / solo specchio di Dio, / eppure vicinanza divina».

Suonando l’eco della letteratura simbolista e della filosofia oracolare di Nietzsche, Klee si vuole demiurgo. È una vocazione prometeica la sua. «Io sono Dio», dice, non solo perché crea ma perché vaga tra i mondi, sulla soglia del visibile. «Io ardo con i morti», questa affermazione torna e ritorna. «Io sono tanto lontano...» Le arti lo portano via dai vivi, in quel regno oscuro e distante dove visibili ci sono solo fuochi fatui. «Alla distanza sono il più devoto». Abitando coi morti e i non nati Klee, come artista, non può morire. Il poeta non partecipa come i vivi, vede la vita dai margini. Opera nella finzione per subire più forte il contraccolpo del reale, e ciò lo isola dagli altri per consegnarlo in solitudine alle forze naturali.

Torna il tema romantico, o meglio stürmisch. Come il giovane Goethe, Klee scrive il suo Prometeo; e anche se entrambi sfidano la divinità per le sue inadempienze («il più grande sono io / che lotto con la divinità. / Per i dolori di molti e per i miei / io ti giudico, / per ciò che non hai fatto»), tra i due sussiste una differenza radicale. Se Goethe prende gli dèi e li trascina sulla terra per guardarli in faccia ribadendo la loro dipendenza dai mortali, Klee, d’altra parte, guida la biga alata dell’arte per salire dove gli dèi abitano, alludendo alla somiglianza tra l’artista e il dio. Klee lascia i suoi simili a terra per confrontarsi con la divinità in solitudine. L’atto prometeico è solitario, la creazione è solitaria. Ma questo confronto, in fondo, non è altro che il tentativo di comprendere la struttura dell’universo; e non attraverso la mistica, ma l’esercizio formale.

Nell’infinita distanza tra Klee e il cosmo si innesca un cortocircuito tale da permettere al poeta l’affermazione: «Io sono Dio». Eppure ne soffre perché un senso di inadeguatezza rispetto all’immensità del confronto lo incalza, ma al contempo, per sentimento sublime, si esalta di essere all’altezza del dio imitando la sua facoltà di dar forma al caos nell’immagine prima che è il cosmo. Klee affonda le mani nel mito, nell’archetipo. «L’arte gioca con le cose ultime un gioco inconsapevole e tuttavia le attinge!» Il famoso incipit della Confessione creatrice («L’arte non ripete le cose visibili, ma rende visibile») ci apre al fondo che soggiace a tutta la sua pratica; e ciò che propriamente viene reso visibile con l’arte, con l’Urzeichen, è l’assenza assoluta, il nulla, «il caos vero» che nell’ordine della forma trova la feritoia attraverso la quale gettare la sua ombra.

Valerio Abate
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